Lug 17 2011

la scena più ridicola della settimana

Published by lucilla at 04:21 under padaniacity, nordest, carla vitantonio, precarietà

Ci sono io, con uno dei miei vestiti più eleganti, quello giallo anni ‘50, che ho stirato per l’occasione, e le scarpe col tacco. Ci sono io tutta agghindata coi capelli profumati e menate varie, perfetta e precisa, ho persino una borsa di paglia colorata comprata al mare durante una delle mie improbabili fughe. Ci sono io con gli occhiali da sole nuovi, e un gelato gigantesco in mano, un gelato che si presume che io dovrei mangiare, anche perchè l’ho pagato praticamente quanto pagherei un occhio nuovo. E invece non lo mangio. Sto seduta su questa panchina nel centro di Padaniacity, nella stessa piazza dove -in un’altro momento della mia vita, o forse semplicemente in un altro momento della giornata - avrei potuto passare per comprare del sollievo temporaneo. Sto seduta e attorno a me ci sono individui assolutamente surreali, spacciatori di sacchetti di carta già usati, madri di bambini che vorrebbero semplicemente una granita e si trovano in mano il tappo di una birra, barboni che contano ancora una volta le loro buste. E poi ci sono io, sulla panchina centrale, col vestito giallo, la borsa di paglia, i tacchi, gli occhiali da sole, i capelli sciolti, il gelato, e piango come una cretina.
Piango e non mi posso fermare, piango come non ho pianto mai in questo anno, piango per tutto quello per cui non ho saputo piangere, piango come una cretina.

Ed è una scena patetica, patetica cristo, ci manca soltanto che un piccione mi caghi in testa e saremmo proprio a posto, ma invece il piccione non mi caga addosso no, mi guarda invidioso il gelato che intanto si scioglie e io frigno come un’imbecille, perchè mi sento sola, perchè mi sento un’incapace, perchè mi sento che parlo una lingua che non si capisce.
Piango perchè ho paura, e ci sono giorni che mi sembra che davanti a me ci sia uno straccio di vita decente, uno straccio di futuro possibile, ma ci sono altri giorni in cui mi sento retrocessa al via senza manco pigliare le ventimilalire, mi guardo e mi sento uno straccio, mi sento, mi faccio schifo e piango e non mi posso fermare, e intanto attorno a me le mamme sgridano i figli i tossici cercano il cucchiaino i barboni accendono i mozziconi i piccioni vogliono il mio gelato e io piango come una stupida per quello che non ho saputo fare per quello che.

Piango per Sacco che è morto senza che io gli dicessi quanto ancora avrei voluto suonare per lui. Piango per la mia storia d’amore sepolta sotto mari di cocci. Piango per le storie d’amore che non ho saputo accogliere perchè stavo raccogliendo i cocci di quella prima. Piango per una persona che ho perso, e che mi manca. Piango perchè davanti a me ci sono i mesi in cui proverò a cambiare lavoro e ho una fottuta paura di scoprire di non essere capace. Piango perchè non sono come i miei genitori vorrebbero. Piango perchè i miei genitori non sono come li vorrei io. Piango per il fermaglio che ho perso. Piango perchè mi sento che mi hanno usata. Perchè ho pensato di avere io il gioco in mano, e poi ho scoperto che non era vero. Piango perchè ci sono delle persone che si fidano di me, e fanno male. Piango per quelli che mi sopravvalutano, e per chi invece mi ha sottovalutata. Per i mesi trascorsi all’università, piango, in mezzo a un disastro di disamore e di squallide furberie. Piango per la cattiva musica, per il pessimo teatro, per la stanchezza, piango per i mesi trascorsi cercando di capire che cazzo ne sarà di me, per i soldi che non ho, per il dentista che dovrò pagare e allora devo solo sperare di trovare una marchetta. Piango perchè io le marchette le odio. Piango per la burocrazia, per il ministero degli esteri, per la gerarchia le firme e per gli stage non pagati alla faccia del precariato. Piango perchè sono stufa, per consolarmi, di dover pensare a chi sta peggio. Io voglio pensare a chi sta meglio. E allora piango, di rabbia piango, perchè io pensavo di aver lavorato meglio, di essermi impegnata, di meritarmi qualcosa di più che la scena di me, vestita a festa, seduta nella piazza dei tossici di sabato pomeriggio che piango come una cretina mentre il gelato si squaglia nelle mie mani e io non ho neanche uno stronzissimo fazzolettino di carta.

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