Lug 22 2011

guida intergalattica per attivisti, tredicesimo episodio

Verso casa.
Guido in questa mattina umida e silenziosa mentre il Socio dorme placido e silenziosissimo.
Fino all’ultimo non lo sapevamo, se cel’avremmo fatta a portare “non vengo dalla luna” a Genova. E poi invece, come nell’ultimo scatto prima del traguardo, ecco che nel giro di poche settimane abbiamo fatto tuttotutto, compreso trovare un buco nell’agenda affollatissima del Socio, e allora eccoci. Venticinquesima data, penultima data del nostro tour, almeno per adesso.
Che sembrava non dovesse arrivare mai, questo giorno, e invece è già finito.
Guido mentre il Socio dorme e penso alla mia Genova dieci anni fa, alla paura, alla solitudine. Penso a quella grossa mortadella abbandonata in strada, vicina a una scarpa insanguinata. Penso a tutto quel fumo. Al sole, penso, alle persone che lanciavano acqua dalla finestra per rinfrescarci. Al mio ritorno a Milano, alla mia gioventù, penso, ai miei ventidue anni di speranze orgoglio e pure un po’ di arroganza.
Il Socio dorme, e penso alla mia Genova di oggi. Alla partenza faticosa, a questo mio sentirmi fuori sintonia, ai silenzi, alla radio, al maledetto tir incendiato e alle otto ore di strada. Al sole, all’arrivo, alla gioia. Al fatto che non potevo crederci, che fossimo arrivati, lui e io. A lui e io, penso, a come oggi abbia detto lui e io e non noi, che la turnè sta finendo e io me la sento addosso, questa fine. Lui no (forse), ma tanto il diario lo scrivo io. Penso alla mia Genova di oggi, alla gioia di ritrovare i compagni e le compagne di questo anno, di questi mesi, penso alla Genova pacificata di oggi, all’assemblea, agli sguardi che ho incontrato. Ai pesci, al mare. Al banchetto di ya basta. Si, pure al banchetto, penso. Penso a Peppino che è venuto a trovarci, ad Ale e alla focaccia, ai fratelli di Bologna arrivati proprio in tempo per evitare gli scoramenti.
Penso a quando il Socio stava fissando il nastro per il puntamento ai miei piedi, e a me un po’ mi si stringeva il cuore e lo stomaco e il fegato che ne so che cosa mi si stringeva, tutto si stringeva mentre mi chiedevo come sarà la mia vita senza tutte queste cose. All’ombra perfetta di stasera, penso. Al rituale del microfono che si mette in due.
Alla fatica, alla paura.
E poi penso allo spettacolo, che dal momento in cui decidiamo che comincia va solo, imperterrito, ostinato, fiero.
Va per la strada sua, si apre sboccia odora e poi si addormenta. Agli occhi di chi guarda e ascolta, penso.

Il socio dorme e io penso alle compagne e ai compagni di Genova, che finalmente cavolo li abbiamo conosciuti e abbiamo dato volti ai nomi e alle voci. Alla candeggina, alla generosità, al tendone di Renzo Piano che voglio dire, tu l’hai mai fatto il tuo spettacolo sotto il tendone di Renzo Piano? Penso al nostro teatro povero, che noi non facciamo il teatro povero, noi siamo il teatro povero. Ai protagonisti invisibili del Socio, penso. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi.

Il Socio dorme e io guido, intanto arriva il giorno, Piacenza Fidenza Parma Terme di Canossa Reggio nell’Emilia. Penso ai saluti, agli abbracci, a quelle luci che io non trovo negli sguardi di nessun altro. Ai compagni arrivati giustintempo da Napule. A quelli che lo spettacolo l’hanno visto quattro volte. A quelli che ne sanno pezzi a memoria. Al pullman da Avellino, carico di sogni e testardaggine. Ai miei eroi perugini. A uno sguardo in particolare, penso, e poi penso a tutti. E penso a chi stasera non c’era. A chi non ci sarà. A una rosa che m’è stata regalata.

Il Socio dorme con le nostre rose al fianco, immobile e silenzioso, sorge il sole sull’Emilia e io guido come se dovessimo non arrivare mai, altro che viaggio al termine della notte, io viaggio verso l’inizio, della notte, quel punto dove è chiara e immobile, accogliente e perfetta, rotonda.

Penso poi ai pensieri segreti, alle cose oneste. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi. Alla fine delle cose. Agli inizi. Alla notte che finisce però inizia. Al sole che sorge proprio nel punto in cui non pensavi. Al senso d’orientamento, al perdersi.
Il Socio ha freddo, mi piacerebbe potergli mettere una copertina ma non ne ho, io che ho sempre mille copertine per ogni uso, non ho uno straccio di copertina stanotte per il Socio, e lui si deve affrontare la notte infinita così, al freddo, dopo aver sfacchinato con la sottoscritta, eh oh, vita da artisti di quart’ordine.

Il Socio dorme Modena Sud uscire tra ottocento metri, la notte finisce e inizia mentre il giorno si colora come le guance di un’amica che arrossisce all’improvviso. Ma siamo arrivati, non la vedo, la Basilica di San Luca. Non so perchè. Oggi non si vede, per quanto mi sforzi essa mi si nasconde, e io non mi sento a casa, mi sento sospesa sulle guance del giorno mentre la notte infinitamente respira dentro di me.

Ti riesci a portare fino a casa?
annuisce, il Socio dalle mille vite, che tra due ore già si sarà trasformato in un efficientissimo qualcos’altro, mentre io rimango sospesa tra il giorno e la notte, in ogni caso squattrinata e senza prospettiva, giorno o notte che sia. Rimango sospesa con il pensiero di un’estate che mi ha promesso e non sta mantenendo.
Mi chiede come ho fatto, a portarlo fino qua. Gli dico te lo avevo promesso, che ti avrei riportato a casa. E poi ho pensato.
Mi chiede a cosa.

Mah, alle parole delle canzoni, al giorno, alla notte, alle rose. Buon riposo Socio, io mi faccio una passeggiata sul confine di questo non-giorno infinito.

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