Ago 19 2011

guida intergalattica per attivisti, ultimo episodio (ma anche no)

Erano due settimane che rimandavo la stesura dell’ultimo episodio della mia guida. Rimandavo un po’ perchè avevo per la testa altre cose e un po’ perchè non mi piace scrivere gli ultimi episodi. Finirà che un giorno dovrò scrivere tutti gli ultimi episodi della mia vita. Ma mentre svuotavo il frigorifero della mia microcasa, oggi, mi è venuto in mente Sgab, la sera del 6 agosto a Subiaco, che diceva

Oggi per la prima volta avete fatto narrazione.

Proprio così ci ha detto il nostro fratello etrusco Sgab alla diciassettesima birra, noi seduti in mezzo a un paese tutto in salita, attorno giovani coraggiosi equilibristi cantavano stornelli e provavano improbabili monocicli dopo essere usciti vincitori dal quasi impossibile compito di organizzare un festival nel mezzo della ciociaria.
Era sabato quasi domenica, e avevamo appena finito la nostra ventiseiesima replica.
Ventisei, come gli anni del Socio, ed eravamo stanchi, commossi, felici.
Eh si, alla ventiseiesima eravamo stati capaci di uscire dal movimento e di andare fuori, dove c’erano persone che in piazza non ci sono andate, nè il 14 dicembre nè il 3 luglio nè probabilmente mai, e che ascoltavano la nostra storia con la curiosità, la preoccupazione, la passione e la paura di chi guarda un film di cui non conosce l’intreccio nè la fine.
Ci eravamo stupiti nel vedere queste facce partecipi, nel sentire i commenti entusiasti, ci eravamo commossi nel notare che la gente rimaneva fino alla fine, fino alla fine cazzo, e che qualcuno persino si appassionava.
Per la prima volta, dopo lo spettacolo, non avevamo parlato di politica ma di come tecnicamente avevamo fatto la regia.
Ed era stato quasi strano. Si, davvero, per la prima volta avevamo davvero narrato la nostra storia a chi non la conosceva. Ce n’era voluto di tempo, ma ce l’avevamo fatta, e le facce e le luci negli occhi e gli applausi ci avevano fatto capire che non ci eravamo sbagliati, che non era tutto solo un film che ci eravamo fatti noi due.

E mi sentivo pure un po’ in colpa, per tutti i pensieri angosciosi che m’avevano appesantita durante il viaggio, per la paura di non essere in grado. Mi sentivo un po’ in colpa e pure però ero felice, come sempre lo sono quando scopro che cazzo, ho lavorato bene, e si vede.

Diciassette, diciotto, diciannove birre, una comunità accogliente che ci rimpinza di cotolette e grappa autorprodotta, un’invasione di formiche volanti sul palco contrastata da valorose amazzoni portatrici di citronella, camicie arancioni che ci salvano dal panico pre-spettacolo e facce incontrate in altri luoghi che ritornano improvvise, e pacificano un pochino lo spettro dell’infinito sulla scalinata.

Una luna a metà a guardarci come un poco scettica. Francesco fa le sue cose come le ha sempre fatte e come sempre le farà, pure quando sul palco non ci sarò più io ma qualcuno molto più bravo di me, o molto meno.
Attento, meticoloso, una cosa alla volta, arrotola pazientemente le maniche della camicia, prova i volumi e smanetta con tutti quei pirulicchi dei quali io non conosco la funzione. Stasera abbiamo una grande sorpresa. Ci abbiamo messo tempo e fatica, lavoro e qualche incomprensione, e soprattutto il Socio ci ha messo il poco tempo libero che aveva, ma ce l’abbiamo fatta. Stasera c’è un pezzo nuovo, mai provato, che è molto più simile a come ci sentiamo adesso, molto meno entusiasta, molto più incazzato, ed è il pezzo che va sotto la storia di Fabiano. Mi stravolge tutto lo spettacolo, cambio i tempi i respiri il corpo, mi sale un sentimento di rivalsa, di rabbia, che mi porta tutta d’un fiato fino alla fine.
E alla fine, ecco adesso non me lo ricordo, ma alla fine credo di aver guardato Francesco, e credo di averlo visto sorridere e strizzarmi l’occhio proprio come alle prime repliche.
Che forse non è andata così, forse lui era troppo preso con le luci e io con chissà cosa, ma in fin dei conti adesso che me ne importa.

 

 

Questo è stata l’ultima replica di non vengo dalla luna, questo e i panini col prosciutto porchettato, e le mie risate irrefrenabili sulle gradinate, e il giorno dopo trascorso in saluti interminabili e il mare di Capocotto e la pasta fredda di Fabiana e io che mangio il cocco mentre il Socio e i fratelli di radiosonar giocano a beachvolley, e i saluti che non vogliono essere addii ma finiscono per strapparmi la lacrimuccia, questo e molto altro che non scrivo perchè non lo ricordo o perchè non lo voglio dire.

 

Questo e il viaggio di ritorno, la strada che tante volte abbiamo fatto, Orte Orvieto Chianciano Incisa Firenze Nord, fermati all’autogrillo che ci sono delle cose che si pagano e delle cose che sono gratis, pigliamoci un caffè, un caffè e un gelato, facciamo cambio al volante che c’è l’appennino, la Papaleomobile densa dei nostri progetti dei nostri segreti e pure delle nostre paure, mettimi quella canzone là che ha quell’atmosfera di guerra nucleare, l’appennino infinito nella notte Barberino Roncobilaccio Sasso Marconi, non ricordo mai qual è l’uscita giusta per arrivare al garage

 

Guarda!

La basilica di San Luca.

Siamo a casa.

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