Ago 18 2011

non ti ho mai detto di avere paura del mostrobiscotto

Passato il ferragosto mi sento quasi miracolata e -come sempre accade in questa casa- dopo la tragedia iniziale tutto diventa un pochino più commestibile e ci troviamo di nuovo nella nostra commedia all’italiana, ognuno cercando di fare onestamente del suo meglio. Trascorre quest’estate, trascorre mio malgrado, le giornate sono sempre troppo brevi se confrontate con la mole di materiale che dovrei produrre se fossi davvero in grado di rispondere alle così dette international calls. Ma io non ho la più pallida idea di come scrivere una cover letter, e non riesco a inventare storie per cui il mio eventuale datore di lavoro dovrebbe essere felice di pigliare me e proprio me.
Allora me ne sto in questo stato di sospensione, cercando di fare quello che posso e di non pensare che la Corea, porcamaella, la Corea è proprio lontanissima, e io così lontano non ci sono andata mai, e anche il Mozambico in fondo era più vicino, tutto era più chiaro più protetto, invece oh, la Corea è proprio lontana e io il coreano non lo parlo e manco lo leggo. Ho imparato a scrivere Irene, Teo e Carla. Francesco no, che non ho capito come si fa la effe. Però se tutto va male posso mettermi in piazza del baraccano e vendere braccialetti coi nomi in coreano incisi in tempo reale, e se arriva uno che si chiama con la effe mi invento qualcosa sul momento.
C’è un costante sottofondo d’ansia che suona da qualche parte nel mio cervello, e pure felicità, e spaesamento, e paura di questi cinque mesi e di ciò che sarà dopo. Che lo so, non bisogna pensarci, al dopo, ma anche un pochino sì, sennò come si fa. E c’è eccitazione per il nuovo, per il viaggio, per l’idea stessa di possibilità, così vicina a quella di speranza. C’è gratitudine per chi mi sta sostenendo, e paura di perdere le persone. Eh sì, proprio paura di essere dimenticata, sostituita, paura di tornare e non trovare più il mio posto, qualsiasi esso sia.

Che poi lo so, nel giro di tre giorni sarà tutto un turbinio di chiusura di scatoloni, svuotamento delle dispense, scelta del soprabito, che anche se il prof mi ha detto di non portare troppa roba, vorrai mai che rinunci alle scarpe nere coi buchini, al cappotto rosso, ai semi che m’ha regalato la sorella, alla sciarpina della Ire e via discorrendo all’infinito? e un pacco di tubetti? dovrò pur portarlo un pacco di tubetti che sono il mio comfort food.

Ma per adesso non riesco a pensare a niente di tutto questo, per adesso ho solo uno struggimento strano, leggo ancora una volta i programmi dei festival cui fino all’anno scorso partecipavo, il mio nome non c’è e per un attimo, ancora, mi viene da incazzarmi, mi parte il desiderio furioso di vendetta, i gomiti sgomitano me nolente la bocca sputazza l’occhio guizza sto già per produrmi in inusitati improperi quando, d’un colpo, mi rendo conto che non c’è più motivo
Ecco lo scrivo, oggi.
Che non mi deve importare più, non mi deve ferire, non mi deve lacerare. Che questa guerra non è più una guerra mia.
E non lo so come si fa ma lo farò, e prima o poi mi sveglierò e non farà più male.

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