Set 16 2011

il titolo, cazzo.

Forse la produzione musicale non era eccelsa forse no davvero, però io stasera mi sono trovata in mezzo a questi coreani e per la prima volta li ho visti vivi, vivi e vibranti e rivendicatori, e c’era un tipo con una coda di volpe attaccata ai pantaloni che cantava canzoni che non capivo se fossero strazianti o farsesche, e la gente che le sapeva a memoria, e un danzatore butoh che come il vento dispettoso della Romagna si è intrufolato da quella finestra che avevo dimenticato socchiusa e c’è stato un momento in cui quasi stavo piangendo, ma solo un momento davvero, perchè ecco subito dopo il cantante giapponese provava per me a tradurre il suo humor tutto asiatico in inglese e io non ci capivo nulla ma apprezzavo, apprezzavo e giravo le ultime sigarette del mio preziosissimo tabacco.

E mi rendo conto che in questo periodo i miei post sono dei cloni l’uno dell’altro, violentissime vagonate di parole una sull’altra senza pausa senza respiro, proprio come sta capitando alla mia vita da un anno e mezzo a questa parte, e mi sembrano mesi, mesi che sono a Seoul, ci sono giorni in cui la mancanza è così forte che mi domando che cosa ci sto facendo io qui, ma non qui in Corea, no, che cosa ci sto facendo qui io a rubare ossigeno ai più degni, e poi ecco mentre mi struggo arriva a tradimento il momento in cui mi sembra di meritarmelo tutto, il mio ossigeno.

Allora stanotte ho scoperto un pezzo di Seoul dove mi potrei sentire forse non a casa ma almeno non su un altro pianeta, un luogo un po’ sotterraneo (letteralmente) dove le persone respirano ognuna tranquillamente col suo ritmo e a volte cazzo ti parlano, anche se non ti conoscono. Forse un po’ pateticamente potrei dire che ho scoperto stasera persone e non funzioni, curve imprevedibili e non equazioni lineari, un briciolo di patafisica in Asia e qui mi fermo con le metafore perchè secondo me il sakè è ancora troppo in circolo.
E proprio mentre mi stavo divertendo in questo miscuglio di lingue tutte troppo lontane dalla mia, proprio in quel momento il danzatore ha cominciato il suo lamento e io assai poco umilmente assai pochissimamente umilmente mi sono ricordata di quando sul palco c’ero io e mi sembrava di essere capace di muovere le viscere di quelli che ascoltavano, assai pochissimamente umilissimamente ho ricordato quella replica del nostro spettacolo a Bologna e le facce delle persone e gli occhi lucidi di rabbia e rivendicazione e gioia e orgoglio e la giacca perfettamente stirata del Socio e i miei piedi scalzi in mezzo a tutto quel bianco e assaissimamente pochissimamente umilissimamente mi sono ricordata quanto mi sentissi piena e presente e bella e amata e ho pensato poi un attimo dopo mentre le mani del danzatore suonavano una lira immaginaria ho pensato ecco forse io non lo farò mai più e ho avuto per un attimo il mio momento shakespeariano la mia tragedia per un attimo sono stata Ofelia che non si capacita della meschinità dell’ingiustizia cosmica e molto tragicamente ho sospirato mi sono messa una mano sulla fronte una lagrima è scesa sul mio viso pieno di rughe che i coreani tanto disprezzano (per le rughe, appunto), per un secondo sono stata proprio io sola unica Ofelia innocente e tradita dal fato ma poi mi è arrivata una birra, una tipa mi ha chiesto l’accendino e  ho dimenticato la tragedia annegandola nel progetto di sakè.

E glugluccisa la tragedia mi sono trovata di nuovo la caricatura di me stessa addosso, abbastanza felicemente direi, io la solita cicciona strabica come disse il tipo in suv che se lo straporti il dio dei carrattrezzi, mi sono trovata e ritrovata su una vespa che mi ha fatto fare un rapiderrimo viaggio attraverso dimensioni inimmaginabili ma possibili fino a scaricarmi proprio sotto casa non so nemmeno io come.
E a me, si sa, andare in vespa piace tantissimo.

Allora adesso c’ho tutto il friccico della vespa della chiacchierata da casco a casco della danza butoh della musica del sakè della mia piccola tragedia mal consumata e sono così addensata che non mi fumo manco una sigaretta, me ne vado a dormire e mi pongo tra le righe domande che non si possono scrivere non si possono manco pensare.

Ecco basta, sono due settimane e un giorno che sono qua, e c’è del marcio in Danimarca.

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