Ott 02 2011

il mio primo giorno da attivista in Corea.

Per arrivare a Dumulmeori bisogna prendere il treno. Un’ora abbondante, e poi venti minuti a piedi attraverso le campagne di Yongsuri, che vuol dire più o meno “dove si incontrano i due fiumi”. E infatti qua si incontrano proprio due fiumi, in mezzo a montagne diversissime da quelle che conosco io, e tutto è verde, rigoglioso, profumato. Camminiamo lungo un sentiero che sta proprio in mezzo all’acqua placida, fino a che non siamo a Dumulmeori. Che ci faccio qui? ho incontrato Suhee e Chakuri in uno dei miei disperati tentativi di capire se anche in Corea, da qualche parte, c’è qualcuno che si sbatte per una cosa che non sia avere la pelle bianca o il vestito alla moda. Ci ho messo un mese, ma alla fine li ho trovati. La storia di Dumulmeori comincia negli anni Settanta e se uno è proprio interessato si può leggere qualcosa in un report fatto molto bene, peraltro in inglese, da Suhee e da un fotografo di passaggio.

Quello che interessa me è che adesso la comunità è assediata dagli ultimatum del governo, che vuole sgombrarla con motivazioni che potrebbero tranquillamente essere chiamate scuse, per terminare un progetto allucinante che si chiama “four rivers” e che a me mi fa tanto pensare alla Val di Susa. Alla Val di Susa penso mentre sgambetto lungo il sentiero, alla resistenza della comunità, al diritto ad autodeterminarsi, mangiucchio un dolcetto di fagioli rossi e pastella che si chiama “pesce pane” (ma ci sono anche i fiori pane, se uno vuole cambiare forma) e mi domando se potrò usare questi riferimenti, o se non sia il caso, ancora una volta, di abbandonare ogni categoria e mettermi semplicemente ad ascoltare.
L’ultimatum è per il 5 ottobre e Suhee lungo il tragitto mi dice che sono tutti molto preoccupati e molto impauriti, perchè non vogliono lasciare le fattorie e perchè non sanno se davvero la polizia arriverà a sgomberarli. La qual cosa, mi pare di capire, sarebbe assai pericolosa e grave, poichè a quanto ne so io la polizia qua non si fa troppi scrupoli di fronte a un gruppetto di contadini che rivendica il diritto a coltivare la sua terra con piantagioni biologiche.
Le ragazze, insieme a molti altri, vengono qui ogni fine settimana per occuparsi delle loro coltivazioni, mentre ci sono diversi stanziali che ci vivono da anni con le famiglie, e sono proprio loro i più preoccupati, perchè il progetto raderebbe al suolo, oltre alle coltivazioni, le case, l’auditorium, la chiesa. Che poi, quando parlo di case, auditorium e chiesa, viene da pensare a costruzioni in cemento e mattoni mentre invece si tratta di tende o qualcosa di molto simile che, quando le vedo, mi fanno pensare alla tournee a L’Aquila. E di nuovo mi impongo di togliermi dalla testa i ricordi e di stare qua, aperta, senza paragoni e senza soluzioni.

Mi aspettavo qualcosa di più aggressivo, parlando in termini europei, e invece trascorro tutto il giorno con i miei nuovi amici attivisti a raccogliere patate dolci e cavolo per fare il Kimchi. Siamo tutti a piedi nudi, accovacciati sotto il sole, ognuno con la sua paletta. Ma la conversazione è inarrestabile, mi piovono domande su come ci organizziamo noi, e quando accenno alla pratica delle occupazioni vedo diverse facce che si illuminano, per cui, senza mai smettere di raccogliere patate, improvvisiamo un seminario in cui spiego perchè in Europa si occupa, cosa si fa perchè e percome, qual è la situazione a Bologna, che cosa ci stiamo preparando a fare il 15 ottobre. E a un certo punto, non so nemmeno come, mi viene fuori la storia dei book block, e Chakuri mi dice sto per piangere.
Anche io, per un momento, penso a quel 14 dicembre di un anno fa e mi commuovo, ma ci sono altre domande cui rispondere, e patate da raccogliere, e Mon, che ha circa cinquant’anni e questa è praticamente casa sua, mi chiede come si fa ad organizzarsi, come fa tutta questa gente a scendere in piazza.
Allora capisco che il problema, cazzo, il problema è che in questa zona ci sono moltissime fattorie nella stessa situazione, e attorno a ognuna di queste ruotano almeno un centinaio di persone, tra stanziali, ospiti e acquirenti, eppure sono come monadi, non comunicano, non si sostengono, e mi viene da pensare che è il solito problema che ho incontrato in questo mese asiatico. Le persone sembrano conoscere soltanto due dimensioni: quella individuale, che è proprio al limite del monadismo, e quella dell’aggregazione ufficiale. Che poi lo so, lo immagino che non sia così, però oggi attorno a me ci sono persone che stanno per essere sgomberate, e sono disperate, e sono attorniate da altre fattorie dove presumibilmente ci sono altre persone che raccolgono patate dolci e sono ugualmente disperate epperò non si parlano, eccheccazzo.

La giornata è mite, lavoriamo sotto il sole e io spiego che cosa vuol dire TPO, perchè oggi c’ho la maglietta della palestra, che dice combattiamo per la libertà, e anche lì giù domande, prima timide e poi sempre più aperte su questa cazzo di cosa del combattere per la libertà. Combattere? Contro lo stato? mioddio. Sembra che queste persone, prima ancora che lottare per la loro terra, stiano lottando ognuna dentro se stessa contro un gigantesco e profondo lavaggio del cervello generazionale.
Mangiamo tutti insieme per terra, riso, kimchi tagliato grosso, riso, kimchi tagliato piccolo, riso, kimchi al sugo, riso, zuppa di kimchi, riso e anche un po’ di kimchi. Ma a me sembra buonissimo, e per la prima volta da quando sono arrivata mi trovo attorno persone vere, che si stanno domandando cosa fare per resistere, e viene fuori che per il 15 ottobre organizzeranno un grande evento nonostante il 15 ottobre la fattoria dovrebbe essere stata già sgombrata. Ma come, proprio il 15 ottobre? penso. Ma poi non lo dico, e penso che forse ho trovato una cosa molto più interessante da fare che attaccarmi ai siti europei e aspettare di sapere quello che succede. Allora facciamo questo evento, lo facciamo qui, facciamo gli striscioni, facciamo il volantinaggio, e facebook? ma dovremo preparare degli alcoolici? cazzo la sangria, chi sa fare la sangria? oh, guarda, Ca-r-la (così mi chiamano), tu sei italiana, che più o meno è uguale, sai fare la sangria? e certo che la so fare, anni e anni di eventi di autofinanziamento, ti pare che non ti do la ricetta segreta della sangria?

Intanto il pranzo è finito e giù di nuovo a tirare fuori patate dolci e a parlare, a spelare vegetali verdi che non ho mai visto in vita mia e suppongo verranno messi sott’aceto, perchè qua la maggior parte dei vegetali viene messa sott’aceto, visto che d’inverno fa troppo freddo e d’estate piove. Di colpo mi trovo sola con Mon e con uno dei fattori, che mi chiedono che ne penso. Che ne penso io? Eh, tu, che sei un’attivista dell’Europa e occupi le case. Provo a dire che io in realtà le case non le occupo ma è inutile, questa cosa delle occupazioni e dei centri sociali è una bomba già deflagrata. E io non so che dire all’inizio, penso a L’Aquila e alla Val di Susa, penso che queste cose non c’entrano niente eppure c’entrano tutto perchè è di amore per la comunità e per la terra che parliamo, del diritto a decidere che vita vivere e dove viverla, ci penso e dico eh, io credo che dovete organizzarvi per resistere. Poi mi accorgo che sta per partire la filippica della maestrina e mi freno giusto in tempo, sai mai che si fanno da ammazzare dalla polizia e poi viene fuori che sono stati tutti aizzati da una pazza italiana, e siccome ho lasciato il discorso in sospeso termino con una cosa che mi sono ripetuta tante volte in questi anni, ogni volta che mi sembrava che non avessimo ottenuto quello che volevamo attraverso le nostre lotte. Allora dico e poi, se vi cacciano, voi coltiverete da un’altra parte. E da un’altra parte ancora, e se il vostro sogno è questo, se ci credete, se davvero questa è la vita a cui sentite di avere diritto, non importa quante volte vi cacceranno.
Mon mi guarda e dice “Ca-r-la, are you communist???”

Momento di panico dovuto al lungo training ricevuto attorno alla questione “in Corea dire comunismo è vietato”.
“Well, you know, in Europe it’s kinda different”
“mmmm” dice Mon. E poi ride. E rido anche io.

Improvvisi arrivano gamberi alla griglia dopo ore di raccolta patate e spelamento vegetali verdi, e uno dei più vecchi prende il suo tamburo tradizionale e comincia a cantare “pinari”, un canto tradizionale di buona fortuna. Mangio kimchi e gamberi, mi insozzo il poco che era rimasto pulito e ascolto. Si deve tornare a casa. Vorrei restare qui con gli stanziali ma domani mi trasformerò di nuovo nella stragista ideale, e poi mi dico oh, per oggi è già abbastanza, il prossimo fine settimana magari torno, e domani vado al mercato delle pulci che fanno le ragazze per vendere i prodotti della fattoria, insomma, adesso mi prendo una pausa. Mentre penso questo bevo caffè che mi viene dato “perchè sono italiana” e un ragazzo che ha un nome che tradotto suona “stella in una notte nevosa” mi dice

“oh scusami, certo che i tuoi occhi sono proprio grandi”

Mi guardo attorno ridendo e mi rendo conto che sono l’unica sprovvista di occhi a mandorla. Oggi, per la prima volta da quando sono qui, non me ne ero accorta.

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