Ott 09 2011

Verso il nuovo cyborg

Proseguo la mia indagine antropologica in questa Asia imperscrutabile. Mi guardo attorno in metropolitana e quello che vedo sono donne di un’età imprecisata tra i 17 e i 45 anni, che più le guardo e più mi sembrano indefinibili, più le guardo e più c’è qualcosa che non mi quadra in questi vestitini anni cinquanta, in questi tacchetti appuntiti, in questi capelli sempre lucidi sempre morbidi.
C’è qualcosa che non mi quadra, sì, perchè mi sembra che tutte queste donne abbiano in mente un unico, immodificabile modello, sempre lo stesso, sempre per tutte. E i capelli non saranno mai sufficientemente soffici e brillanti, gli occhi mai abbastanza profondi, le palpebre mai perfette, la pelle mai bianca a sufficienza.

 

Intravvedo in metropolitana -come un ingombrante fantasma-
lo stereotipo di una bellezza uguale per tutte e per tutti.
Mi scontro contro il sogno di una donna bambina, bellissima e bambolissima, la pelle bianca come la porcellana, le labbra perfettamente disegnate come quelle di un manichino antico in una teca. Attorno a me ci sono tutte queste bambole che sfoggiano tre, massimo quattro modelli di vestiti, tutti uguali, e cambiano solo i colori, e le taglie, anche, sono tutte uguali. Infatti entro in un negozio e scopro che non ha i camerini. Allora entro in quello dopo. Idem. Idem pure in quello dopo ancora e così via. Non esistono i camerini, perchè non c’è bisogno di provarli, i vestiti. Calzano su tutte in maniera identicamente perfetta, tre taglie, proprio in caso ci sia qualche imperfettissimo centimetro di differenza, tre taglie che in realtà praticamente si equivalgono, e tu non puoi fare altro che scegliere il colore.
Abbiamo la bambola sportiva, giovane, con fuseaux attillati, scarpe da ginnastica americane e grossa felpa un po’ scesa sulle spalle, cappuccio tirato su, una taglia o due più grande del necessario, come se fosse appena stata sottratta al cassetto di un immaginario fidanzato.
Abbiamo la bambola supergiovane, accollatissima ma con shorts inguinali, zainetto di marca, ipod ipad e quant’altro. Abbiamo la bambola elegante da vernissage e successivo fidanzamento, gonnellino al ginocchio stile anni cinquanta, tacchetto sottile capello raccolto trucco leggero borsetta al gomito.
Abbiamo infine per i più esigenti la bambola da sera, tacco più aggressivo, minigonna più corta e forte rossetto in pendant con le unghia, un po’ di tulle, molti brillantini e giacca a vento alla Dick Tracy.

Ecco le nostre perfettissime bambole coreane,
tutte attorno a me, tutte immobili tutte perfette,
impossibile sorridere, mi si rovina la pelle.

Allora faccio un po’ di domande e scopro che in media una ragazza coreana ci mette due ore, e dico due ore a prepararsi ad uscire. Scopro che ha nel suo bagno un esercito di creme sbiancanti antirughe antilucido antiossidanti antianti.
Scopro che due donne su tre in Corea a diciott’anni si sono già fatte una plastica. Eh già, la plastica, che costa massimo tremila euro e magari vai a fartela in Thailandia, così ti riposi in una bella beauty farm.
Tutte accanitamente a tentare di avvicinarsi al gigantesco fantasma che ho intravisto in metropolitana.
Gli occhi più grandi
La palpebra più profonda
La fronte più curva
La mandibola meno sporgente
Le gambe meno arcuate
Il seno più grosso
Il naso più dritto
Le labbra più carnose
ma anche e soprattutto:
riduzione dello stomaco, che se pesi più di 36 kili è una tragedia
asportazione delle ghiandole sudorifere, che sudare è attività assai poco nobile
riduzione della fascia muscolare laterale dei polpacci, costituzionalmente spesso troppo grandi

e dopo una certa età arriva il rinvigorimento vaginale,
così da avere di nuovo la vulva di una quindicenne, sai mai.

 

Il nuovo cyborg è già tra di noi, in metropolitana negli uffici sugli autobus. Non ride non piange a stento parla, per paura che arrivino le terribili rughe. Mangia poco. Gode anche meno. Il corpo non è fatto per godere ma per essere guardato, accudito.
E infatti il grande fantasma cui tutti questi piccoli cyborg cercano di assomigliare è quello di una donna bambina e bambolina, non sexy non seducente nè tantomeno intelligente, ma semplicemente tenera. Una ragazza cui portare la borsetta, una fanciulla da accompagnare a fare shopping, un piccolo perfetto cyborg dall’età indefinibile da sfoggiare coi colleghi di lavoro. Una bambola gonfiabile (ma poco, poichè deve rimanere magrissima) per soddisfare veloci appetiti.

Mi domando se queste donne pensino, o se abbiano paura delle rughe al cervello.

Che poi arriva il momento del disclaimer, perchè so che esistono orde di donne e uomini bacchettoni e paladini del progresso chirurgico, che mi diranno che cos’hai contro la chirurgia estetica?
Niente, niente, niente contro la chirurgia estetica, e se vi state fermando a questo andatevi a far plastificare il cervello.
Ma mi stravolge questa schiavitù, quest’impossibile aspirazione a una perfezione da cyborg, mi stravolge questo modo di intendere il corpo come un disegno da migliorare continuamente fino a che non sia esattamente uguale all’originale.
Questi corpi meccanici.
Queste bellezze tutte uguali.
Questo continuo richiamo al grande fantasma del cyborg.

Mi inquieta quest’unica bellezza possibile, quest’omologazione del gusto, mi fanno venire i brividi questi sempre-giovani eserciti di cyborg che escono dalla metropolitana per vincere la loro guerra contro la diversità.
Mi lasciano stravolta quelli che mi dicono che “in fin dei conti anche se ho le rughe non sono poi da buttare” (e mi è successo davvero).
Io non lo so se è Seoul, se sono le coreane, se è questa corsa verso un progresso meccanico che è stata trasmessa ai corpi prima ancora che ai cervelli.
Sono tutte perfettissime, le donne che vedo, e quelle che non lo sono rimangono infelici, complessate, incapaci di collocare da qualche parte del mondo la loro diversità, i loro cinquantacinque, mioddio, cinquantacinque chili, la loro fronte leggermente schiacciata, i loro piccoli occhi.

Queste amazzoni del progresso meccanico che in metropolitana indugiano per un attimo su di me e poi ricominciano a parlottare ma senza troppa animazione, poichè non vogliono rovinare la maschera di fondotinta e sbiancante che hanno posto sul viso perfetto.

 

Come glie lo faccio, a queste, un discorso sul diritto alla diversità, all’unicità del corpo? che senso ha per loro? di che vado blaterando?

queste e altre domande mi pongo, mentre mi preparo alla mia nuova piccola guerra in metropolitana e guardo gli uomini occidentali che sbavano per i cyborg-bamboline.

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