Nov 20 2011

Shashin e gli altri

Domani Shashin parte e mi è venuta quella malinconia che ti piglia ogni volta che gli amici se ne vanno. In genere sono io che me ne vado per prima, e fa un po’ strano pensare che questa volta la figura che si staglia sulla banchina nell’attesa di un ritorno è la mia, che sono proprio io ad attendere qua, su questa immensa e instabile banchina chiamata Seoul, con meno sette gradi e senza aver avuto l’accortezza di comprare le mutande termiche.

Shashin parte e torna tra tre settimane ma nel nostro mondo, il mondo dei fantastici cinque, tre settimane sono un’eternità, se penso a me tre settimane fa, alla sofferenza all’alienazione, se penso al dolore, al senso di aver sbagliato tutto, alla voglia che avevo di mollare questo posto e tutti i progetti che gli ho disegnato addosso, se penso a me tre settimane fa mi piglia una specie di vertigine, e mi emoziono e mi spavento all’idea che, probabilmente, tra tre settimane io esisterò ancora, eppure sarò completamente diversa e chissà quante cazzate avrò combinato, chissà quanti passi falsi, chissà quanta felicità quanta emozione, chissà il mio cuoriciattolo quanto avrà palpitato chissà quanto avrò pianto perchè io si sa, piango, piango per il dolore ma piango anche di commozione e di gioia.
Shashin tornerà diversa e io diversa la accoglierò, in questa Seoul che ti prende e ti sbatacchia da tutte le parti, vorticosa velocità che ti schiaffeggia e se non vai a ritmo sono molto semplicemente cazzi tuoi.

Danze nuove sto imparando, anche con Shashin che è diversa diversissima da tutte le persone conosciute fino ad ora. Che poi che vuol dire, ogni persona è diversa, lo so, sono banalità, eppure io ogni volta mi sorprendo nello scoprire quanta unicità e quanti tesori ci possono essere dentro ciascuno e mi dico ma porcapaletta quanto fortunata sono?
Perchè in questo gelo immobile, in questo vento ingiusto, io oggi domenica 20 novembre mi sento fortunata e ho paura che l’intensità e la densità trovate negli ultimi giorni si dissolvano in un quotidiano monotòno o, peggio, nella tossica mediocre incomprensione delle relazioni infagottate nel già scritto.

Io non la voglio, una relazione già scritta. Non voglio amici che si infilano nelle caselline disegnate da qualcun altro, così come non ho mai desiderato amanti che si mettessero il vestito di cartone dell’amante, come quei giochi che facevamo da bambine, la bambola di cartone e i vestitini di cartone tutto perfetto tutto già preformato, non esiste il difetto e quindi non esiste rischio fantasia immaginazione non esiste spazio per inventare ( e qui per un attimo mi sospendo in un grumo di ricordi).

Shashin è per me oggi spazio per inventare relazioni che non stanno scritte da nessuna parte, polenta col burro riscaldata in padella a casa sua senza sentirmi fuori posto, il felice ricordo di ieri, lasagne a casa del D.B. e chiacchiere e parole infinite e zero paura di risultare importuni, risate e la consapevolezza improvvisa di avere già costruito un piccolo mondo di segreti condivisi, e che in questo mondo c’è spazio per tantissime nuove cose, che arriveranno, ma di cui non conosciamo nè il colore nè la forma. Shashin è il divano per il buttismo, i dolcetti di riso e la breve densissima visita di S che passa solo per salutare, che poi ho una cena.

Rido, rido come da tempo non ridevo e mi spremo e mi consumo e mi brucio. L’ho sempre detto, che non ho niente da conservare, e infatti ieri m’è venuta una ruga nuova. Me la guardo e mi dico toh, questa ruga è Seoul, è questa vita adulta eppure piccola, è quest’incertezza. Questa nuova ruga è la sensazione di stare qua eppure di avere sempre un pezzo di corpo un pezzo di cuore da un’altra parte, è la paura che il bello si dissolva nell’ennesimo bicchiere di tequila, eppure la voglia di vedere dopo questo bello che cosa ci sarà, e lanciare il sasso, lanciare il sasso sempre più lontano.

Domani sveglia alle sei, tailleur, sorriso, spremuta di me e la consapevolezza che molto presto tornerà il giorno in cui, alle sei, sarò in procinto di dormire.

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