Gen 22 2012

le tre cose che ti mancano

Il gioco che ho fatto più spesso in questi mesi è stato chiedermi quali sarebbero state le tre cose di Seoul di cui avrei sentito la mancanza. Ho trovato, di volta in volta, risposte variamente insensate, arzigogolate e improbabili, a seconda del tasso alcoolico, dell’intimità della compagnia, dell’umore e delle contingenze meteorologiche. A un certo punto ho rinunciato, preferendo un generico “Seoul mi mancherà e non so nemmeno perchè”, che sarà anche più banale ma fa sicuramente giovane artista tribolata e tormentata e insomma potrebbe avere un certo fascino su lettori lettrici appassionati e potenziali amanti.

Fine della prefazione.
Succede oggi che da oramai quarantott’ore suonate sono in Italonia, arrivata dopo fatigoserrimo viaggio e mirabolanti avventure che mi hanno vista sostanzialmente spostare il culo da un aereo all’altro alla sedia di una sala d’attesa a quella di un ufficio reclami insomma una faccenda piuttosto complicata. Giunta io in compagnia di me medesima in Italonia, subito effettuai esperimenti di socialità per verificare se il paese natio foss’ancora dotato di quelle qualità d’accoglienza e comunicatività che ricordavo e temevo di avere un tantino idealizzato. Dunque nelle interminabili ore trascorse a Milano-mal-penZA attaccai bottone con tutti, ma proprio tutti, diventando la migliore amica della tipa dell’ufficio cambi, della signora dei cappuccini, dell’impiegato della biglietteria e del facchino dei carrellini, scambiando con loro una quantità incredibile di piacevolissime inutilità e soprattutto di sorrisi e verificando dunque che esiste al mondo gente che può parlarti anche se ciò non porta un immediato guadagno insomma constatando che sì, è vero, in Italonia in genere esiste ancora il gusto della conversazione come scambio di energie sorrisi e vari fluidi positivi e fors’anche come allegrissima perdita di tempo, soprattutto quando suddetta conversazione avviene alle sei di mattina e insomma, magari ti fa cominciare bene la giornata.

Ma ovviamente non era questo che volevo dire, questa era solo la prefazione bis. Finita anche la prefazione bis succede che in Italonia ho soprattutto guardato, guardato la dolcezza delle colline che separano il Molise dal Lazio, i fiumiciattoli, le pecorelle, le casette mezze crollate, le chiese piantate nel bel mezzo del nulla, i cumuli di pietre, le strade a mezza corsia, i paeselli che sbucano nelle vallate, i fontanini, la neve sulle cime e infine CRAMPObasso, la città della mia infanzia e adolescenza. Con stupore ho ritrovato i luoghi e per ripigliarmeli mi son messa a camminare, camminare e correre, occhi spalancati e piede svelto. Allora passeggiapasseggia succede che prima o poi mi vien voglia di fumare una sigaretta.
E qui commetto un errore, ovvero, faccio quello che avrei fatto a Seoul: Cerco un tetto, un ultimo piano, un’altezza qualsiasi alla quale accedere per guardare la città dall’alto mentre mi ciuccio la mia sigarettina.

Errore, grave errore.

In Italonia il tetto è un concetto escludente, una questione privata, una condizione inaccessibile. Il tetto è mio e me lo gestisco io, e se non hai un tetto vuol dire che non te lo meriti, è colpa tua, hai peccato e il fatto che tu non abbia un tetto è indice del tuo stato di disgrazia di fronte a Dio o a Equitalia, che più o meno è lo stesso.
Le altezze in Italonia non sono condivisibili, la città vista dall’alto è una faccenda per pochi eletti e a noialtri non rimane che fumare le nostre cicchette nei vicoli pieni di scritte in dialetto o sul terrazzino del secondo piano dal quale al massimo si può vedere il terrazzino di fronte.

Mi mancano i tetti di Seoul.
Mi mancano tutte le luci, e mi manca quella torre a forma di fiammella dei cartoni animati, ogni sera colorata di un colore diverso.
Mi mancano le altezze di Seoul, le sue altezze accessibili e silenziose, dalle quali la città si lasciava osservare come un animale placido.
Mi manca il tetto della mia casetta a Itaewon, dal quale vedevo la moschea e persino il palazzo dove lavoravo, il tetto dove si fumava bardati come vecchi nostromi mentre la neve cadeva implacabile e imbiancava i cappotti, il tetto dove col bel tempo facevo i miei esercizietti sentendomi un po’ un’atleta e un po’ una vecchia zia, il tetto dal quale pensavo alla Corea all’Italia a quello che avevo lasciato e a quello che mi aspettava. Il tetto sul quale mi rifugiavo quando avevo bisogno di ordine, e lasciavo che le idee si mettessero in ordine mentre contavo le luci delle case, le credenze, le canottiere e i calzoncini stesi.

 Mi manca l’altezza accessibile e quasi tetto della casa delle improvvisate notturne, di fronte alla quale mi sospendevo e ballavo musiche improbabili in orari improbabili, e poi la mattina mi svegliavo nella stanzetta che un pochetto era diventata mia (o almeno a me piaceva pensarla così) e la prima cosa che vedevo era la città che si svegliata, tutta attorno a me, ed era bellissimo, e quasi quasi mi veniva voglia di andare a lavorare.

Mi manca il tetto della sigaretta mattutina, il rifugio che diventava nave e spiaggia e prato e sigarettificio e baretto, il tetto di tutti eppure segretissimo, la succursale d’intimità. Il tetto dove, quand’era ancora estate, andavo alle nove meno cinque per togliermi gli infradito e infilarmi le scarpe da persona seria. Quello dove i primi giorni di lavoro mi rifugiavo in solitaria per la mia sigaretta. Il tetto dove il Dottò tirava fuori la sua macchina fotografica col laccio arancione che me lo faceva immaginare come un esploratore di altri tempi.

Mi manca quella volta che di mattina presto da un quasi tetto, all’improvviso, vidi la prima casa in cui avevo abitato a Seoul. E poi vidi un passerotto. 

 In questo ritorno frettoloso, che non è un ritorno ma un transito, un passaggio, una sospensione, non ho capito molto anzi, ho capito quasi nulla, tranne che tra le cose che mi mancano di Seoul, ecco, tra le cose che mi mancano, ci sono i tetti.

I miei tetti.

 

One Response to “le tre cose che ti mancano”

  1. Il Dotto'on 26 Gen 2012 at 09:24

    Grazie. Di tutto, dal tetto.

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