Gen 13 2012

La signora del kimpap

Published by lucilla at 13:13 under corea, lost in translation, carla vitantonio, donne

          Il pranzo a Seoul è una questione delicata. Delicata innanzi tutto dal punto di vista della scelta: a Seoul si può mangiare tutto, veramente tutto, cotolette giapponesi, pizze italiane, zupponi coreani, carne tailandese; oppure se uno ci ha il gusto della cucina fussssccccion, che qui va tanto di moda, può dedicarsi alla masticazione di uno zuppone inglese nel quale intingere una pizza giapponese condita al kimchi australiano. Insomma la scelta è una faccenda seria perchè se non sei sufficientemente concentrata e finisci nel ristorante sbagliato rischi di giocarti il resto della settimana e di ridurti a mangiare scodelle di riso e patate direttamente e comodamente seduta in bagno finchè morte non vi separi.

          Ma il pranzo è una questione delicata anche per altri versi. Per esempio, è delicata la scelta della compagnia. Se sbagli nella decisione delle persone con cui accompagnarti durante l’opera di rifocillamento, potresti trovarti a trascorrere tutta la pausa masticatoria con le orecchie bombardate di lamentazioni, pettegolezzi, frignamenti vari e simili amenità. Cose che ti viene da dire ma scusa, piuttosto sto a digiuno che fa pure bene alla salute.

          Ognuno si trova le sue scappatoie all’enorme trappola costituita dalla pausa pranzo. La mia è molto spesso rinchiudermi in una bettola segreta che ho chiamato “il paradiso del kimpap”. Il paradiso del kimpap, se non sai dov’è, non lo trovi, perchè l’entrata è di fianco a quella di un sexy shop e il colore della porta è esattamente lo stesso. Il paradiso del kimpap, anche se sai dov’è e lo trovi, non ha un aspetto esattamente invitante, quindi finisce spesso che non ci entri in ogni caso, perchè l’apparenza è un misto tra una mensa del dopolavoro, il cottolengo e il retrobottega di una Zia Cristina qualsiasi. Il paradiso del kimpap, ammesso che tu l’abbia trovato e sia entrato nonostante le apparenze, ti fa venire voglia di scappare prima di sederti, perchè non c’è un occidentale nel raggio di un chilometro e perchè è chiaro che non si parla inglese manco a pagare oro, e se vorrai farti capire dovrai fare appello a tutte le tue risorse comunicative, verbali e non. E magari in pausa pranzo non hai voglia di compiere uno sforzo tanto imponente.

          Un giorno, quando faceva ancora caldo e si andava in giro in infradito, mi sono trovata davanti alla porta del paradiso del kimpap. Forse volevo entrare nel sexy shop, o forse ne avevo le gonadi piene degli occidentali. Forse cercavo un dopolavoro ferroviario o forse ero semplicemente disperata come accade a volte in Corea a quelle fanciulle che prendono l’Asia sottogamba. Sono entrata nel paradiso del kimpap e la mia vita è cambiata.

          Nel paradiso del kimpap si mangiano i kimpap ovvero dei rotolini di riso ripieni di mille delizie. La signora che li prepara è una fatina bellissima coi lunghi capelli tenuti insieme da un berretto all’americana, e le dita dei piedi che escono fuori dalle ciabatte troppo grandi. Fa i kimpap uno alla volta, davanti a te, mettendo l’alga, il riso e il ripieno, con cura e meticolosità, sul viso un sorriso un po’ assente, come se stesse pensando a qualcosa di bellissimo.
La prima volta che le ho chiesto un kimpap in realtà non glie l’ho chiesto, l’ho indicato. Non parlavo una parola di coreano e pensavo sarei morta di fame. Ma la signora del kimpap pazientemente mi ha preparato il mio rotolino, e me l’ha servito sorridendo.
Allora sono tornata.
Quando, dopo settimane, sono finalmente riuscita a formulare una frase che sembrava vagamente una richiesta di kimpap in coreano, la signora è stata così felice che mi ha regalato una scodella di zuppa. Ovviamente farcendola con mille frasi di gioia delle quali non ho capito una cippalippa. Ma ho sorriso e ringraziato.

          E così la mia amicizia con la signora del kimpap è andata avanti in questi mesi. Io vado lì soltanto quando sono sola e ho voglia di sentirmi a casa. Ogni volta preparo qualche parola in più in coreano, per mostrarle che mi applico, che alla nostra amicizia ci tengo davvero tanto e che per lei (non per amore delle relazioni internazionali) sto imparando la lingua del regno eremita.
Lei mi sorride e mi fa il kimpap.

          Sono mancata dal paradiso del kimpap per qualche settimana, e l’altro giorno sono ritornata. La signora mi ha accolto con molte manifestazioni di affetto che ho finto di capire e le ho persino detto “eh, da quanto tempo” (almeno credo di averlo detto). In uno slancio d’amore la signora mi ha presentato il conto senza scrivere i numeretti sul foglio, come faceva di solito, ma pronunciando le parole “sono tremileccinquecento won”. Ebbene, ho capito e glie li ho dati. La signora era molto contenta. Anche io ero molto contenta, e penso che se i coreani fossero stati tutti così con me, se mi avessero riservato questa delicatezza, se non mi avessero detto di sbrigarmi a scendere dal taxi ogni volta che ci mettevo più di tre secondi, se non mi avessero sbattuto le mani a croce davanti dicendo “opsoiò” ogni volta che desideravo qualcosa che loro non capivano cosa fosse, se ecco mi avessero risparmiato qualcuna di queste esperienze e mi avessero sorriso come la signora del kimpap io forse oggi il coreano lo parlerei molto meglio di così.

          Oggi, venerdì, sono andata dalla signora del kimpap perchè era l’ultimo venerdì di lavoro e avevo voglia di festeggiare. Non sono riuscita a spiegarle perchè, ma credo lei abbia capito che era un giorno speciale, dal momento che mi ha servito il kimpap su un piatto speciale, disposto a mo’ di fiorellino, come nessuno aveva fatto mai. L’ho ringraziata e ho mangiato il kimpap più buono della storia delle relazioni internazionali.
Poi sono andata a pagare e le ho detto che i suoi kimpap sono davvero, davvero deliziosi.
La signora ha sorriso.

          Sono uscita e Seoul era assolata e gelida assieme. Camminavo, cinque gradi sotto zero, dentro il mio ultimo venerdì in questa città. Era bello camminare per Seoul. La città sembrava accogliente e all’improvviso un po’ di quella sguaiatezza che m’ha ferita in questi mesi era come scomparsa.
Allora ho pensato alla signora del kimpap e mi è venuto un grande senso di gratitudine, perchè lei questo posto me lo ha fatto proprio amare. E io quando torno, se torno, vado al paradiso del kimpap, ammesso che esista ancora, e le dico che mi è mancata un sacco.

 

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