Dic 30 2011
il pippone di fine-danno?
Trenta dicembre duemileundici e sono davanti allo schermo con il cervello un tantino appannato. Ho un crampo a un indice e un piede incriccato ma non ho ricordi di incidenti, imprevisti o probabilita` avvenuti nella notte tra vicolo corto e parco della vittoria, dunque deve essere soltanto che il mio corpo, arrivato al penultimo giorno dell’anno, dopo essersi subito una serie di strapazzatine niente male, ha cominciato a chiedere di saltare un turno e passare per il via senza ritirare le ventimila lire.
Tutta questa tarantella per dire che non rispondo molto di quello che scrivo e che volentieri mi esimerei dal farlo ma invece ho promesso e ora debbo onorare il mio debito, manco fossi Bach, che doveva scrivere ‘na canzonetta al giorno senno` quelli della multinazionale ecclesiastica per cui lavorava lo licenziavano. Io e Bach abbiamo in comune solo il fatto che entrambi abbiamo due nomi, io non capisco una cippa di musica, non lavoro per una multinazionale ecclesiastica e certamente non sara` questo sito a cavarmi fuori dai casini ma insomma e` fine anno e c’e` bisogno di tirare un po’ le fila che senno` qua e` tutto un polpettone e arrivi a trentatre` anni crucificata come Jisuscraist e non sai manco pecche`.
Allora volevo fare un post rompendo la cosi` detta quarta parete
e rivolgermi direttamente ai lettori e alle lettrici delle lucilleidi
con una riflessione che e` la seguente:
Ci sono dei momenti della vita in cui le persone si vivono i passaggi i transiti i cambiamenti eccetera. Io peraltro sono anche discretamente fortunata poiche` ’sta faticosa transumanza me la sto vivendo a cavallo tra due anni e quindi se mi viene fuori un certo spirito mistico posso appellarmi a vari simbolismi ritualismi ecceterismi insomma posso ammantare il tutto con un velo di santita`, che fa molto sexy.
Quando sono arrivata a Seoul ero convinta di essere io carlavitantonio l’attrice e pensavo che mai mai sarei stata altro. Pensavo che avendo io deciso d’abbandonar lo teatro mi fossi come amputata un arto, volontariamente, per evitare che la marcescenza s’allargasse.
Ma soffrivo ah se soffrivo.
Ero convinta che io fossi il teatro e il teatro fosse io, che lo so puo` suonare un tantino megalomane ma era umanissimamente cosi`, sentivo che la me migliore era contenuta in quelle ore trascorse a provare a scrivere a comporre e soprattutto in quelle lunghe soste sul palco durante le quali mi sentivo intensamente profondissimamente completamente presente.
E giusta, e adeguata, e accettata e amata e amabile.
Arrivo’ poi il momento di dire basta per motivi che un po’ si possono spiegare e un po’ no. Un basta pronunciato con rabbia e desolazione e soprattutto con paura, si`, perche` pensavo che mai piu` nessuno avrebbe potuto amarmi una volta amputato il teatro da me.
Insomma pensavo che la mia bellezza la mia intensita` fossero tutte racchiuse li`, pensavo di non avere nient’altro da dire, inoltre ero convinta - e so che anche questa confessione potrebbe suonare un tantino megalomane o paranoide- che chi m’amava lo facesse solo grazie a quello, grazie alla bellezza del teatro che riluceva dentro di me e rendeva splendente e profumato anche questo vuoto corpiciattolo che ero io.
Questo pensavo e giunsi a Seoul terrorizzata, persuasa che m’aspettasse un’esistenza mediocre punteggiata di rinunce, una vita solitaria nella quale nessuno piu’ sarebbe entrato poiche` adesso io ero solo l’involucro secco senza piu` quel prezioso contenuto.
E invece e` successo che qui ho scoperto che io sono io
anche senza teatro.
E che ci sono delle persone che mi possono amare cosi`,
pur senza avermi mai vista attrice.
Che non sono un involucro vuoto.
Che esisto.
Che non era solo il teatro a farmi respirare.
E tutto questo e` difficile, cavolo, difficilissimo, perche` vuol dire pure ogni giorno accettare la sfida di costruire cose nuove e sconosciute, di scolpire forme nuove, non sempre piacevoli non sempre comode non sempre rassicuranti.
E’ difficile ma e` bello e soprattutto divertente, e io non mi stanco. Allora l’Asia per me, a parte un sacco di altre cose che non riesco a scrivere e a parte quelle che ho gia` scritto, l’Asia per me e` anche questo, la possibilita` di costruire, di vedermi esistere a prescindere da quello che c’era prima. Di scoprirmi amabile, adeguata, anche senza il respiro del teatro dentro di me.
Io non lo so spiegare, ma questo e` al tempo stesso doloroso e magnifico e faticoso e soddisfacente e mannaggia a me che ho cosi` pochi aggettivi vi prego l’anno prossimo regalatemi un dizionario perche` io sono francamente annoiata dal mio parco aggettivi.
Mi ricordo cos’ero prima e non so cosa sono adesso non so manco cosa diventero`, e mentre lo scrivo mi faccio ridere perche` mi sento come quel cretino di Pieropelu` che c’ha il corpo che cambia nella forma e nel colore, ma francamente non mi pare importante. Ho paura certo, a volte paurissima perche` mi sento sola e tutte le solite menate che ben conosciamo e dunque non riportero`, ho paura ma sono pure eccitatissima come prima di partire per un viaggio.
Quindi mi dispiace mi dispiace molto se a volte non scrivo sul sito per giorni e settimane, ma succede che passo intere mezz’ore a chiedermi chi e` che sta scrivendo, e come dovrebbe scrivere, e che dovrebbe dire, e a volte questa me un po’ sconosciuta semplicemente non ha niente da dire, anche perche` non e`proprio certa di quello che prova di come lo prova, e ha paura di fare casino.
Insomma arriva il 2012, io sono sempre io, ma anche no,
e la prossima volta, prima di essere cosi` insistenti nel lusingare il mio ego
chiedendo un post, pensateci bene, vi potrebbe capitare un altro pippone di questi,
sono pur sempre un’egocentrica.
Buon anno a voi, intrepidi antieroi e antieroine.
