Feb 12 2012

il cimitero dei tergicristalli

          Nevica, nevicancora e non accenna a smettere. Lo stato di banalità naturale ha ricoperto questa città e tutti noi, che ci muoviamo solo quel tanto necessario per sopravvivere in mezzo a questo bianco immobile. Io guardo fuori come sospesa. Invento dialoghi con gli uccellini che in realtà se ne fregano bellamente di me. Vogliono i miei biscottini e preferirebbero che io, dopo averli sbriciolati sul davanzale, mi liquefacessi e scomparissi. Poichè non si può avere tutto dalla vita essi accettano, in cambio dei biscottini, di fingere di sopportarmi. Si fanno ammirare mentre cinguettano sul davanzale. Accondiscendono. Guardano la mia faccia intenerita e probabilmente pensano ma vedi che bisogna fare, pe’ campà.

Gli uccellini mi disprezzano e io mi inaridisco come in una di quelle banalissime canzoni di Battisti, che ci sta proprio, la canzone banale in questo tempo banale, e non ho voglia di scrivere ma poi penso che se smetto adesso, se smetto adesso mi secco e faccio la fine dei miei tergicristalli.
Eh si, perchè all’inizio, quando i primi cadaveri di tergicristalli hanno cominciato a comparire sul selciato, abbiamo pensato che ci fosse uno stronzo qualsiasi che andava in giro a romperli.

Solo dopo una decina di giorni abbiamo capito che i tergicristalli sono le nostre morti bianche, sono le vittime innocenti di questo stato di banalità naturale, i tergicristalli sono come quei bambini che dimenticano di respirare e muoiono. I tergicristalli a un certo punto, immersi nel mezzo di un morbido, farinoso, ingiustificato bianco, si perdono e si staccano, così, dolcemente, in un oblio che non ha neppure la dignità del suicidio. Ode al tergicristallo morto nell’attesa di una primavera che arriva sempre troppo tardi.

E intanto nevica sui cadaveri dei tergicristalli e sulle piume di questi maledetti uccellini mentre la tim continua a mandarmi messaggi in cui mi suggerisce di sorprendere il mio amore a San Valentino e a me mi viene da dire ma perchè non mi lasciate un po’ stare, voi della tim? ma che cosa devo sorprendere, ma chi, ma quale San Valentino? a dodici anni avevo mandato una lettera al più nerd della classe dicendogli che ero innamorata di lui. Eravamo dunque usciti per il corso di pomeriggio e lui mi aveva offerto un panino. Cotto male. Poi è finita. Forse da lì bisognerebbe ripartire nell’analisi di tutte queste storie d’amore suicidate e crucificate.

Dal panino cotto male alle frittate alle torte, a Seoul che mi manca e però non mi manca abbastanza, a questa città che corre avanti mentre io me ne sto a pensare sospesa sul ponte di sarcazzocosa e mi sento come quelle balene che navigano nello spazio, placide e senza tempo, mentre tutto attorno corre. Dal panino cotto male dovrei partire, per arrivare ai tergicristalli suicidati alle storie d’amore crucificate all’amore che no, non esiste, alle fanciulle innamorate che scrivono su facebook anche la più piccola scoreggia sperando che lui ah, lui capisca e torni lui capisca e ami, lui capisca e.
E allora io -che su facebook non ci scrivo più nulla- parto dal panino cotto male e sprofondo in questa bianca neve in un balletto di tergicristalli suicidati, insieme ai cadaveri delle storie d’amore e dei sogni infranti, di un teatro che non ho più e di una nuova partenza che è troppo incerta troppo lontana eppure così vicina da fare male.

Guardo nel ripieno cotto male del panino cotto male e trovo Frigidilla, io, che non godo perchè tanto vado via. E mi sento che un pochino mi sono trasformata in Frigidilla per proteggermi. E mi fa tristezza mi fa pure un po’ schifo. Non si gode in questo sacrificio universale di tergicristalli uccellini e neve che vorrebbe proteggere e invece ghiaccia.

Frigidilla si annoia Frigidilla non gode di questi comodi suicidi nella neve Frigidilla vuole chiudere la valigia e partire verso una nuova incertezza oppure Frigidilla vorrebbe avere il coraggio di uscire anche in mezzo a tutta questa neve a tutti questi cadaveri e nuovamente trasformarsi in Lucilla, nuovamente godere di quello che c’è come se oggi fosse per sempre e come se questo non fosse l’inizio di un milione di stupidissime canzoni pop.

ps: Dottò, non me ne volere, regredisco allo stato della sfigatilla, ma poi passa.

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