Mar 05 2012

Ritorno al futuro tour, parte seconda

Molte settimane sono passate da quel mio viaggio a Roma e da quella mia ultima turnè. C’era il sole e ricordo che mi divertii un sacco ma adesso sono presa in questo stress-da-non-partenza che mi fa effetto sale sulla coda o cose del genere.  Per questo non scrivo, che mi sembra sempre di non averci la testa, mi sento come se vivessi in un aeroporto da un mese e il mio aereo non lo chiamano mai. Dunque -siccome non riesco a produrre niente ma proprio niente- onoro un debito ovvero termino il racconto di quella bellissima turnè che mi regalò tutto quello che mi aspettavo e anche molto di più. Ecco.

Giunsi anche a Roma infine, giunsi con la valigiona e il cadavere del mio manichino, un po’ stanca un po’ provata ma soprattutto emozionata, e già alla stazione furono baci e abbracci e fu ritrovare la confidenza e l’amore e le persone che sono la mia famiglia scelta.
Splendeva il sole sulla capitale e con Fabietto si parlava di noi, degli anni dell’università e di come pianopiano ci siamo sparsi e ognuno ha seguito il suo odore verso il mare, ognuno ha trovato un mare diverso, qualcuno non ci è ancora arrivato ma tutti ancora seguiamo l’odore, eppure ci ricordiamo di quel posto, di quella casa che siamo noi e che ogni tanto si ripopola e ci accoglie e ci rifocilla quando la tempesta fuori pare insostenibile e ci assalgono gli scoramenti. Aggiornamenti reciproci, sorprese, scommesse sul futuro, un tiramisù che non-te-ne-di-co e già erano arrivate le sei, già entravo al Sans Papiers e mi sembrava fossero passate due settimane da quell’ultima volta, invece era passato quasi un anno.

Sguardi, intensità, ecco i fratelli e le sorelle di Radiosonar, instancabili, che m’hanno montato un vero palco davanti agli occhi. Intanto si parlava ci si aggiornava, incubi di nuovi sgomberi ma al tempo stesso progetti e nuove lotte, rabbia amore e costanza, curiosità e qualche gossip, che a Roma non fa mai male.
Ma quanto se la sanno godere, la vita, i romani! E mentre Fabiana mi scaldava il polpettone più buono della storia Sgab mi ricordava di quella volta che a Subiaco ci pigliammo una sbronza colossale insieme ai vecchietti del paese, e il giorno dopo s’ando tutti al mare, Socio compreso, e furono giorni meravigliosi, fu davvero l’inizio della mia estate.

Tra ricordi e soundcheck finiva che ci dimenticavamo il mio supermanichino, complice di questi anni di sgarrupata turnè, in un luogo non sicuro, e mani ignote gli tagliavano la testa zac, manco a dire che oh, questa doveva essere l’ultima replica davvero. Nel furore generale io mi ricordavo gl’insegnamenti del Papaleo e provavo un rimedio casereccio, insomma finiva che lo spettacolo lo facevo comunque, insieme al muto manichino decapitato ma in piedi, io e il mio manichino a raccontare di questi anni di precarietà, a snocciolare le parole una per una, io e il manichino il manichino e me, precisi e ordinati come mi è sempre piaciuto essere in scena, io e il manichino il manichino e me, e le persone erano mute e rumorose e io guardavo il manichino e il manichino guardava me e me lo abbracciavo e lo insultavo e mi complimentavo. Immobili e fluide le persone attorno, improvvisamente lo spettacolo si è fatto, si è rifatto, il manichino e io stavamo su una barchetta in mezzo a quel mare in piena, in lontantanza Vittorio e Manu attentissimi a soccorrerci, e il mare era fatto di occhi e risate e silenzi e allora OTTO mi è esploso addosso e dentro ed è durato pochissimo, pochissimo troppo troppo poco perchè già era la fine, già erano terminate le risate già gli applausi si erano spenti, già mi accucciavo ai piedi del mio manichino, ai piedi di me, già dalla mia bocca uscivano le ultime parole e già, ancora, dicevo

 ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende
e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti
senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
e non riesco a parlarti
e faccio fatica a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza

uff, come sono stanco,
come sono stanco di tutte queste menate….

 

e in quel momento ho capito che poteva essere davvero
davvero l’ultima volta
in quel momento l’ho sentito
l’ho saputo
e non c’erano tragedie dentro di me
c’era solo un’immensa
commozione
una pienezza
e anche una specie di improvviso rilassamento
come di colpo lasciare andare un peso troppo grande
e sentire le mani che si liberano
e il dolore che ancora rimane tra le dita

 allora

una sola lagrima, una soltanto, è scesa.

 

Il mio manichino, muto, l’ha vista.

 

Dopo, ho amato più che potevo.

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