Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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