Apr 16 2012

ritorno al futuro tour, parte terza

Published by lucilla at 23:53 under carla vitantonio, arte, amici, lavoro, precarietà, tour, teatro

Ci sono alcune società nelle quali la capacità di capire le situazioni rapidamente e di agire di conseguenza è considerata un talento. Tipo che tu arrivi a un festino, dai un’occhiata in giro e tac capisci che aria tira, dunque ti comporti in maniera adeguata. Ecco io non so se c’ho questo talento, però adesso mi sembra di aver preso l’unico ritmo possibile, di essere stata scaraventata in pista e di essermi messa a ballare cercando il più possibile di andare a tempo.
Oibò, a volte mi sento il brutto anatroccolo, ma in fin dei conti io ce l’ho questa sindrome, vitantonio la brutta anatroccola, oramai non me ne faccio più un problema e ballo come se nulla fosse agitando le piume e le zampine palmate, muovendo il beccuccio a destremmanca e quaquaqua.
Ebbene  ho definitivamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente ricominciato a fare l’attrice. L’avevo già detto? eh sì che l’avevo già detto. M’hanno scaraventata nel mezzo della pista da ballo di una festa dove non avevo preventivato di andare.
Che paura all’inizio.
Paura e un poco di rabbia. Eh. Poi a un certo punto mi sono detta che la rabbia era inutile, perdevo solo energia, e invece tutte le mie energie dovevano essere impegnate nell’apprendimento dello scatenatissimo ballo tanto in voga in questa festa. Mi sembra di essere sulla buona strada. Un due tre mezzo giro chachacha caaaschè. Sciangèlafamm!!!!

In fin dei conti si tratta soltanto di riprendere in mano le cose antiche. E così venerdì 13 -in barba a tutti gli scaramantici - sono andata nientepopodimenocchè  a San Vito Chietino da Fabi, l’amico e compagno che da Bologna se ne è tornato a casa e adesso gestisce insieme ad altra gente bellissima un centro sociale che si chiama Zona 22. Sono andata a fare OTTO.

Ho voluto farlo per Fabi, perchè lui in questa cosa ci crede moltissimo, e per tutto il centro sociale. Perchè aprire un centro sociale in un paese dell’Abruzzo non è cosa facile per nulla, e perchè magari chissà, un giorno l’eco di queste cose eroiche arriverà pure in quella landa desolata che è il Molise. Ho voluto farlo per questo e per molti altri motivi, miei, privati, personali, che non avevo ammesso manco a me stessa ma che sono emersi davanti al mare burrascoso quando mi sono trovata di fronte alla stessa spiaggia dove oziavo l’estate scorsa prima di partire per Seoul.

OTTO oramai l’avrò replicato circa duecento volte quindi almeno il problema della memoria è superato, epperò ci sono al contempo mille altre emozioni che si aggrappano agli intestini, gli sguardi ogni volta diversi, i gesti di chi è perplesso, le ansie provocatemi dal fonico di turno. Questa volta il Fabi e Zona22 tutta si erano prodigati per farmi fare lo spettacolo nella sala consiliare, a me, proprio a me, nella sede dell’ordine costituito, mi sentivo felicemente blasfema, ero fiera di me. Mi sono arrampicata su un palcoscenico fatto da due tavoli dove il giorno dopo gli onorevolissimi consiglieri avrebbero discusso vai a sapere quale istanza, Fabi mi ha fatto da fonico da scenografo da servo di scena e da personal trainer e via, OTTO come al solito è partito da solo, mio malgrado, ogni volta uguale e ogni volta diverso, io ogni volta commossa e incazzata e speranzosa e sognante, io ogni volta di nuovo ventiseienne.
Urlavo e sussuravvo il mio diritto alla rabbia, inveivo contro questa precarietà che non ci siamo scelti, mi agitavo e mi placavo, la sala era piena e silenziosa, e poi alla fine di colpo applausi e le persone, le persone commosse e calorose come mai, le persone che trovavano parole per me, per il mio spettacolo, parole che mi sembravano troppo grandi, e io non sapevo come gestirmele, queste parole, mi imbarazzavo e mi schernivo, che io dopo gli spettacoli vorrei solo scomparire, invece ero là, io, e lo spettacolo era proprio il mio spettacolo, l’avevo fatto io, io tutto quanto, quelle parole e quegli sguardi erano proprio per me e io quasi non ci credevo.

Poi come al solito finiva tutto in fretta, un pasto veloce e io che me ne andavo sempre prima della fine della festa, che a me piace così, non arrivare mai fino agli sgoccioli. Mi rimettevo sulla lucillomobile e guidavo nel nulla verso CRAMPObasso e verso un fine settimana ancora incerto.
Guidavo nel nulla autostradale e mi sentivo che ne era valsa la pena, che questa danza scatenata alla quale non ero preparata forse non era così inutile, che in tutta questa mia mancanza di grazia, in tutto questo mio essere sempre un po’ troppo fuori posto, forse ero riuscita a mettere insieme qualche cosa di bello.

Un due tre, mezzo giro, sciangèlafamm!!

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