Apr 20 2012

CRAMPObassanità, tre

Published by lucilla at 02:15 under campobasso, acqua, corpo, viaggi, carla vitantonio

               Quando ero piccola a un certo punto i miei mi mandarono in piscina. La piscina comunale di CRAMPObasso. Un palazzo rettangolare fatto di brandelli di intonaco e cemento, puzza di cloro tutt’intorno e piastrelle spiccicate, un casino di bambini che schizzavano ovunque e un insegnante che non riuscì a farmi capire come coordinare la respirazione nello stile libero.
Durò pochissimo, per fortuna, i miei capirono presto che -ammesso anche che io avessi avuto del genio da qualche parte- esso non si nascondeva tra i miei muscoletti. Ero un genio intellettuale. Per fortuna non esistevano i corsi di paranoia, altrimenti mi avrebbero portata là.

Da adolescente ricominciai a frequentare la piscina comunale, senza addentrarmi nel magico mondo delle verruche e degli spogliatoi fatiscenti. Infatti il muro posteriore dell’edificio, che dava proprio sulla zona più selvaggia della villa comunale, era ottimo per pomiciare e fumarsi le canne. Entrambe le attività mi appassionavano molto, e finii con l’affezionarmi all’intonaco cadente. Non so quanto fosse frequentato l’interno dell’edificio, ma l’esterno era davvero un successo. La piscina comunale aveva un senso per la collettività, aveva un ruolo nelle nostre vite.

Arrivata a CRAMPObasso a trentatrè anni suonati e con una discreta dose di ansia esistenziale da smaltire, ho deciso di seguire l’esempio del mio amico Dottò, maestro di nevrosi psicofisiche, e mi sono rimessa a nuotare. Così, da un giorno all’altro. Riesumati cuffia e occhialini, rimediato un paio di ciabatte rosa confetto, ho cominciato a frequentare la piscina comunale regolarmente, a giorni alterni. La piscina è sempre lei. Intonaco cadente fuori, odor di cloro e piastrelle staccate dentro, con l’aggiunta di un simpatico gadget all’interno, ovvero un complessissimo sistema di docce e asciugacapelli elettronici.
La piscina apre alle sette e io alle settemmezza sono là. Non c’è musica e la vasca è vuota. Un vuoto azzurro e silenzioso, un vuoto immenso. L’acqua è tiepida e ogni bracciata crea un suono piatto che spezza il rumore liquido e continuo della vasca. Alle settemmezza ci sono soltanto io, in piscina, insieme alla bagnina che legge i suoi fotoromanzi. Faccio il dorso e la rana, poichè lo stile non ho mai imparato a farlo, e anche perchè il dorso mi regala un senso d’eleganza e di prolungato, un senso di continuità. Guardo il soffitto bianco e verde acqua, intervallato da strisce di bandierine colorate.

Schlaff, schlaff, schaff.

Nuoto nella piscina comunale di CRAMPObasso e dentro mi si forma una specie di silenzio. Il silenzio di quando finalmente abbandoni i pensieri laterali. In piscina, semplicemente, mi sgombero da me. Mi elimino temporaneamente. Sono tutta nelle mie bracciate in mezzo alla vasca azzurra.

Schlaff, schlaff, schaff.

Dura mezz’ora.
Alle otto cominciano ad arrivare i maschi. I maschi in piscina giungono corredati di innumerevoli attrezzi potenziatori tipo pinne, palette, tavole, spugnette, triccheballacche. Si tuffano in un tripudio di schizzi e si trasformano in Tritoni. Io faccio una vasca, loro ne fanno tre. I maschi sono dei nuotatori fidelizzati, si vede che hanno una relazione solida con la piscina, la conoscono come le loro tasche, e anche tra di loro, anche tra di loro si conoscono. Si spartiscono le corsie, si prestano le attrezzature, si consigliano, si cronometrano, si fanno i complimenti. Poi a un certo punto si rendono conto che c’è la sottoscritta, o meglio, che ci sono le tette della sottoscritta che emergono tra le lente bracciate a dorso.
Comincia l’esplosione di testosterone.
Esplosione causata non dalla particolare bellezza della sirena qui presente, no.
Io non conto in quanto io, ma in quanto unico, inaspettato esemplare di femmina in un liquido androceo.
Comincia lo show di piccole sfide e schermaglie, la quantità di schizzi aumenta esponenzialmente, le voci si alzano e se non fosse per tutta quell’acqua penserei di essere nel mezzo di uno stadio.

             Fino a che il maschio, quello che probabilmente per anzianità e frequenza è il capo della tribù dei maschi della piscina, non decide di prendere la parola a nome di tutti e di domandarmi chi io sia, da dove venga, come abbia fatto a entrare nell’androceo.

 

Mi aspetta a bordovasca con pazienza.

Si solleva gli occhialini.

Mi sorride con magnanimità.

E mi fa la domanda alla quale tutti stanno aspettando una risposta.

“Sei nuova?”

Silenzio nella vasca. La produzione di spruzzi e testosterone è sospesa in un’irreale apnea. L’androceo, scombussolato dalla presenza di estrogeni nell’acqua, è in attesa di un chiarimento.

Sorrido.

“In che senso?”

Confabulare di maschi che si aspettavano una risposta un tantino più lineare nonchè meglio adatta alla qualità del loro ragionamento, risposta monosillabica del tipo sì/no.
Di nuovo, silenzio.
Di nuovo, il capo mi rivolge la parola.

“Non sei di qua, no? E’ la prima volta che ti vediamo

Ho capito. Il maschio confuso ha bisogno di essere rassicurato.

“No, non sono di qua. Sto solo qualche settimana. Vengo a nuotare la mattina presto
(ammicco, sorrido, il maschio abbandona un tantino della sua ruvidità)
spero di non darvi troppo fastidio”

Ho detto la cosa giusta. I maschi si guardano e sorridono.

“No no anzi, sei benvenuta. Se hai bisogno di qualche consiglio chiedi pure eh, tanto noi siamo sempre qua. Anche se vuoi le tavolette o le pinne, dimmelo che ti presto le mie”

“O anche le mie eh, te le presto volentieri”

“Se vuoi stai pure nella corsia centrale, così non ti diamo fastidio.
Sai, noi siamo un tantino rudi”

Sorride.
Sorridono.
Sono stata ammessa nell’androceo della piscina comunale.

Ognuno di loro, prima di abbandonarlo, mi aspetta a bordovasca e mi augura buon allenamento, e ci vediamo domani.

Certo, ci vediamo domani, magari ti chiedo in prestito le pinne.

 

Trackback URI | Comments RSS

Leave a Reply