Mag 02 2012

e quando avranno buttato giù anche l’ultimo teatro saliremo sulle ruspe

Ma tutti questi attori, tutte queste attrici che riempiono i cartelloni, tutti quelli che c’hanno le prove pagate, quelli che raggiungono le giornate per avere la disoccupazione, dico io, ma tutti questi che hanno la convocazione e la diaria e la costumista e la truccatrice, tutti loro, lo hanno mai fatto uno spettacolo su una ruspa?

No, che non sto mica parlando della Fura del Baus, eh, non scherziamo, che loro le ruspe in scena le portavano apposta, altro che 626. Parlo di un posto dove il teatro non si dovrebbe fare, secondo le regole degli attori con la a maiuscola. Un posto in mezzo a una valle, coi fiumi e i cervi che si rifanno le corna sugli alberi, le uova di rana e le genzianelle. Un posto dove a un certo punto qualcuno ha deciso di costruire una centrale idroelettrica, e a quelli che il posto se lo vivono la centrale idroelettrica proprio non va giù, allora se la terra e l’acqua sono nostri, se è vera questa storia dei beni comuni, ce lo ripigliamo il posto. E basta.

E io potevo scegliere di farmi il mio bel primo maggio beone in piazza a Bulagna, a ballare e divertirmi con gli amici, perchè me lo merito, perchè questi mesi sono duri e pesano e graffiano e ci voleva, forse ci voleva un primo maggio di svacco. Infatti stavo quasi per partire e andare giù, a Bulagna, a raggiungere la Ire e gli altri.
Poi però all’ultimo, all’ultimo mi è venuta in mente la gente di quel posto, gente che conosco da anni e con cui da anni condivido piccoli pezzi di sogni e progetti, gente che ho incontrato per la prima volta quando eravamo tutti dei pischelletti e che sempre, sempre mi ha fatto sentire a casa.
Quella gente là mi è venuta in mente e mi sono resa conto che mi era tornato l’amore, improvviso e fulminante.
Mi sono resa conto che da qualche parte dentro di me c’era ancora un pezzettino di vita, mi sono resa conto di avere ancora cuore, e che quelle persone mi avevano mostrato la strada per ritrovarlo.
Allora ho preso la mia casa-automobile, caricato la Ale e sono partita, proprio la mattina del primo maggio, per arrivare su fino a Feltre. E quando li ho visti, i miei fratelli e le mie sorelle, mi sono resa conto che proprio così li sentivo, fratelli e sorelle, e solo là volevo essere oggi, a piantare gli alberi e succhiare erbe piccantissime e mettere i piedi nel gelido torrente in un posto di cui per qualche ora ci siamo riappropriati.

 

Oggi quel posto era anche mio, di me che non ho casa e che giro con l’accappatoio steso ad asciugare in auto.

C’era un sole bellissimo e caldo, anche se si prevedeva brutto tempo e pioggia, e tutti eravamo troppo vestiti. C’era una valle di colori sconosciuti, e il rumore frastornante di un’acqua viva. C’era la gente, gente di tutte le età, che da anni lotta per avere il diritto all’acqua e alla terra. C’erano uova sode e tentativi di tradurre per me in italiano poesie scritte in dialetto. C’era uno sguardo che per un attimo ho sperato essere solo per me, e pazienza se poi l’ho perso e ho capito che mi sbagliavo.

E poi c’erano un cantiere, e alberi divelti, e ruspe e l’inizio di tremenda devastazione, e il senso di un inarrestabile mostro che avanza.
C’erano, ovviamente, le reti e le recinzioni.
Parole troppo spesso udite in questi anni. Parole detestate. Parole che vorrebbero metterti dentro la paura, il senso di fare qualcosa senza averne diritto.
Ma eravamo tanti, ed eravamo tante, e sapevamo bene che quell’acqua, quella terra, erano anche nostre, nonostante in molti vogliano convincerci del contrario.

C’è un momento, un momento specialissimo, in cui davanti a una rete che pare invalicabile alcune persone si guardano negli occhi, intensamente.
E’ solo un attimo, l’attimo di uno sguardo che precede un’azione determinata, resoluta, irreversibile.
Ecco in quell’attimo, a volte, una rete diventa una porta.

 

Se la rete diventa una porta,
se un terreno devastato diventa la culla di alberi nuovi sotto le mani dei compagni
allora una ruspa può diventare un palcoscenico.
E il primo maggio del 2012 io, per la prima volta, ho fatto uno spettacolo su una ruspa.

Poi, ovviamente, mille volte ho amato e desiderato e riso. Mille volte mi sono commossa. Mille volte avrei voluto dire una parola in più ma non ho osato. Mille dettagli preziosissimi ho già dimenticato nel vino della sera, nei racconti, negli sguardi, negli abbracci che preparano il distacco.

 

A presto, fratelli e sorelle che m’avete mostrato il varco.

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