Mag 20 2012

Ancora riflessioni da Cuba. Sospesa.

Pare che in Italia stia succedendo di tutto e noi, arginati al confine del mondo cablato, carpiamo una notizia ogni tanto. Intanto la vita ci passa dentro e attorno, io provo ad essere presente.

Di Trinidad non mi sento di scrivere. O meglio, ho scritto ma per ora non mi sento di pubblicare, per molti motivi diversi, tra cui una sorta di pudore, e la confusione che provo nell’avere davanti molti racconti possibili. Allora vado avanti con il diario del mio ritorno a L’Habana e del fine settimana appena trascorso.

18 maggio 2012, ore 18.00

 

Arrivo a L’Habana dopo un viaggio fatto di sonno pesantissimo e ricordi che si mescolano al sapore dell’amore e alle immagini della chiesa di Sant’Ana a Trinidad, due navate gemelle diroccate ed esposte al sole da secoli, erba testarda che cresce tra i sassi, quartieri nascosti e una casa con finestre di lamiera.

 

Arrivo sì, scendo dall’autobus e mi sorprende e mi aggredisce l’odore della città, mi riempiono i rumori delle auto, mi asfissiano le proposte dei tassisti abituati a orde di turisti. Mi avvio allora lungo la strada pensando che ho bisogno di tempo per riprendermi la città e lasciare indietro Trinidad, le sue gallerie d’arte, il suo ron, la bocca di Josè Luis e la penombra della sua stanza.

 

Cammino lungo un viale trafficatissimo sotto una pioggerellina mite che potrebbe durare per sempre, svolto a destra in una stradina che secondo i miei calcoli mi porterà dietro il cimitero monumentale, ma non faccio in tempo a verificare il mio senso dell’orientamento poiché arriva implacabile e imprevedibile il diluvio di maggio. Nei sei secondi necessari per trovare una tettoia sotto cui ripararmi sono già completamente inzuppata a causa della valanga d’acqua che si rovescia sulle strade. E tutto è improvvisamente allagato, il mondo si ferma sotto la pioggia di maggio, io penso che forse così mi laverò Trinidad di dosso e dimenticherò la sensazione di leggero rimpianto che mi prende quando penso che sì, forse avrei potuto rimanere un giorno in più.

 

Ma sapevo, sapevo che mi sarebbe successo, me lo ripeto ancora una volta e mi viene quasi da ridere: appositamente avevo portato pochi soldi e niente carta di credito, sapevo che a un certo punto in questo viaggio avrei avuto voglia di restare, voglia di diventare temporaneamente stanziale, e proprio questo volevo rifuggire, dunque ero partita per Trinidad col portafogli semivuoto e poche risorse alternative. Quanto sono saggia certe volte.

 

 

19 maggio 2012, ore 14.00

 

In casa siamo proprio tre bestie, Gigi, Richetto e io. A questo penso mentre nuoto nella piscina dell’albergo dove mi sono intrufolata di nascosto. Ci penso e mi viene da ridere. Gigi legge uno dei numeri di Internazionale che gli ho portato dall’Italia. Stamane allegrissima colazione con uova strapazzate e la promessa di un sabato esilarante, difatti siamo qui a sguazzare e poi torneremo al mio mercato preferito dove comprerò mango e mamei, un frutto che da fuori sembra una patata e dentro è rosa, dolce e un po’ pastoso. Chissà se questa settimana ci sono le patate oppure no. Comprerò anche una penna e alcuni croccantini di nocciole proprio come quelli che piacevano al mio ex-fidanzato (che qualcuno se lo straporti). Quando stavo a Trinidad avevo puntigliosamente asserito, di fronte a Josè Luis, che si tratta di una storia finita, non ci penso più e basta. Lui, guardandomi di sbieco come suo solito, mi aveva detto di non credermi, e che era meglio che mi schiodassi da quella storia, prima o poi. Poi aveva acceso uno dei suoi sigari.

 

 

19 maggio 2012, ore 16.30


Esperienza antropologica che mi conferma che di fronte a una partita di calcio gli uomini sono tutti uguali. Siamo qui, nel buio del Centro Basco, los chicos mirando el partido e io mirando los chicos. Chissà come andranno i giochi questa sera e questa notte. Voglio ballare. Josè mi promette che mi insegnerà. Troppi Josè in questo viaggio, dios. Per lo meno non rischio di sbagliare i nomi. Cuba, dopo la sorpresa dei primi giorni che mi aveva portato come una sensazione di troppo ossigeno, è diventata pura quotidianità. Una quotidianità fatta di gente che forse sì, ha troppo poco, ma sicuramente si gode la vita più di altri. Penso alla Corea, alla tristezza che trasuda da ogni angolo, da ogni persona di quel Paese, penso a quanti soldi ci siano lì, a internet ovunque, alle vecchine con l’ipad, penso ai department stores sfavillanti, alle chirurgie plastiche, alla magrezza preoccupante delle donne, trasformate in androgini perfetti, quasi meccanici, ripetibili, ordinati, eserciti di reazioni preimpostate. Penso alla Corea e mi sento Cuba attorno. Mi domando dove stia la mia casa. Allora ritorna This must be the place e canticchio home is where I want to be but I guess I’m already there.

La partita prosegue in un delirio di urla. Come al solito, tutti i maschi si improvvisano allenatori. Josè mi guarda in una maniera che in Italia gli farebbe guadagnare un bel discorsetto sul machismo. invece qua mi lusinga. Non mi faccio troppe domande.

 

 

 

20 maggio 2012, ore 12.00

 

Il giornalaio in bicicletta ha appena lanciato nel nostro giardino il quotidiano. Mi sembra di vivere qui da secoli. In Italia pare sia scoppiata una bomba. A Francoforte la polizia identifica e arresta compagni e compagne che manifestano per un’Europa più equa. Io, francamente, sto bene qui, a trentacinque gradi.

Gigi dorme, Richetto lavora, io scrivo. Voglio andare da Coppelia a mangiare il gelato proprio come in Fragola e cioccolato. Ma oggi è domenica, c’è troppa coda. Magari domani.

 

 

 

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