Mag 23 2012

La mia fragola, il mio cioccolato.

21 maggio 2012, ore 8.43

 

Sono un rottame. Ieri sono andata alla Casa del Ron convinta che ci fosse l’inaugurazione di un’esposizione della biennale, per poi scoprire che avevo guardato male il calendario e tutti gli eventi erano accaduti domenica 13. Che imbecille. E’ stata una giornata in cui mi sono sentita super affaticata. Forse sto mangiando troppo? Mi piace il cibo cubano, soprattutto il riso e i fagioli, mi piacciono moltissimo. E il platano fritto. Ieri per esempio ho mangiato allo chalet nel parco di fronte casa. Io e Richetto eravamo gli unici non cubani. C’erano coppie di mezza età che ballavano il reggetton, lei strusciandosi col culo a pizzo, lui afferrandola per i fianchi. Certo che il sesso è ovunque, qua a Cuba. Mioddio, stamane mi sento un cesso. Me ne tornerei a dormire. Invece me ne vado in giro per La Habana central.

 

 

21 maggio 2012, ore 17.36

 

Improvvisamente abitiamo a Venezia. La strada di fronte è un fiume in piena, le auto sono arenate sui marciapiedi e dal cielo continua a cadere una valanga di acqua inarrestabile. Quanto durano i temporali ai Caraibi? Più di quello che avevo pensato. Piove da almeno due ore e tutti i sogni di una gloriosa nuotata in piscina con Gigi sono annegati mentre un nugolo di zanzare ronza nella casa.

Stamane ho comprato due mamei da un venditore ambulante e sono entrata in un bazar di ropa reciclada. Poi sono stata ore in giro per le varie librerie. Cuba sta scomparendo sotto le macerie di sé stessa. Per la strada nessuno si chiama companero, anche se negli uffici è ancora frequente sentire questa parola. Sarebbe bello riuscire a vivere qui, ma come si fa? Le ong sono affollate di aspiranti cooperanti e dei miei contatti precedenti non posso manco parlare. Chissà se troverò un modo. E’ questa casa mia? E se è casa mia, ho le chiavi?

Dovrei chiamare Josè e uscire con lui ma non ne ho proprio voglia. Il ritorno in Italia mi ha gettato addosso una cappa di apprensione, faccio pensieri tipo “ho sbagliato tutto”, “sono un disastro” e simili osservazioni parimenti costruttive.

 

 

 

22 maggio 2012 ore 00.01

 

Si avvicina il rientro in Italia, e mi sento malissimo. E’ già tornato tutto alla grande paranoia.

 

 

22 maggio 2012 ore 15.45

 

Nessuno mi aveva detto che Coppelia era il posto dove avevano girato Fresa y Chocolate. Sapevo che era la gelateria più famosa de La Habana e basta. Quando ci sono passata di fronte andando al Cafè G ho avuto una specie di flash. Sarà il socialismo o sarà forse che l’hanno fatto apposta, ma a me sembrava proprio di vedere il protagonista del film, con la sua camicia a maniche corte rosa, che mangiava il suo gelato seduto a un tavolino. E’ stata, davvero, un’impressione fortissima. Tutto era semplicemente uguale. Né Gigi né Richetto hanno acconsentito a venire con me. C’è un sacco di fila da fare, c’è un unico gusto e menate del genere. Allora oggi ci sono andata con Josè. In fin dei conti anche questo è uno dei miei amori perfetti che durano meno di 72 ore. Una specie di antibiotico contro la vita di ogni giorno. Gli ho spiegato perchè volevo ad ogni costo andarci, so che a lui non importava più di tanto ma è stato felice di compiacermi. O almeno, ha mostrato di esserlo. Non so perchè Josè mostri tutto questo interesse per me. Gigi dice che è una cosa cubana. Non so. In Italia mi farebbe assai strano sentirmi chiamare mi vida da uno dopo tre giorni che lo conosco. Però qui va bene. Josè è divertente e mi racconta dei suoi due anni di militare, dei tre minuti necessari a rifarsi la branda, di tutte le volte che è scappato e lo hanno preso, poi cita Raul (Un soldato che non fugge non è un soldato)e a me per un attimo torna in mente Josè Luis, perso nel mare delle sue citazioni improbabili, poi guardo Josè, pulito, preciso, muscoloso e organizzato e penso che è bello che gli uomini siano così diversi.

 

Comunque, è stato bellissimo fare la fila da Coppelia e aspettare la scodellina gialla piena di gelato. Oggi il gusto disponibile era una specie di variegato al cioccolato con alcuni biscottini attorno. Mi è piaciuto tantissimo. C’è gente che si prende due o tre di queste vaschette. Forse perchè, dopo tutta quella fila, una vaschetta sola può sembrare troppo poco.

 

Tra 24 ore parto e non ho voglia. Dalla Corea non mi danno notizie, è tutto morto e io mi sento completamente abbandonata. Certo che a volte le persone sono capaci di tanto egoismo! Oggi Sacha mi scriveva che forse siamo nati nel secolo sbagliato. Forse sì. Sicuramente nel Paese sbagliato, sicuramente. L’incubo di un altro mese o due in Italia senza casa né lavoro né niente di niente mi sta già soffocando.

 

 

23 maggio 2012 ore 9.25

 

Mi sono svegliata di soprassalto con la portiera dell’auto che sbatteva. Diobbuono Richetto se ne è andato senza ricordarsi di svegliarmi. E’ tardissimo e sto perdendo le mie ultime ore cubane cercando di riemergere dalla sbronza.

Josè mi guarda con la faccia di uno che non riesce proprio a capire perchè all’improvviso io abbia tutta questa fretta. La casa è un disastro. Resti della baldoria di ieri sera ovunque, e soprattutto niente acqua. Niente acqua. Che vuol dire niente doccia e niente colazione. Aspetta aspetta forse la colazione riusciamo a rimediarla.

 

Riaffiorano i ricordi di ieri sera, del nuovo posto segreto che io Gigi e Richetto abbiamo inaugurato ieri, legato anche questo, inevitabilmente, al mio viaggio a Trinidad. E poi l’estremissima esperienza sociologica della Casa della Musica dove si ballava reggetton estremo mentre un gruppo suonava dal vivo e io mi trovavo persino imbarazzata. Cuba è pure questo, un alveare di jineteras per alleviare le presunte pene esistenziali del turisti.

 

So che devo partire oggi, ma non ho avuto modo di prepararmi. Devo ancora fare moltissime cose, soprattutto devo ritornare in tre o quattro posti, tipo sul Malecon, insomma ci sono gli addii. O arrivederci.

Ieri, di nuovo, ho incontrato gente che avevo già visto.

Ma soprattutto mi ha dato un passaggio un Cubano che era stato a Roma per 12 anni e mi ha detto delle cose così strane che mi sono sentita davanti a un oracolo.

Mi viene quasi da credere in lui.

C’è poi la storia di Camilo Cienfuegos che mi riecheggia dentro e intorno. Non riesco a scrollarmela di dosso. Continuo a guardarmi la sua faccia sui venti pesos. E poi il pranzo pubblico, che non esiste più. E i trasporti. E Fidel e Raul e. E Plaza de la Revolucion.

 

Lo so, è ora di andare.

Quanto mi mancherà questo posto, quanto mi mancherà.

 

 

 

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