Giu 10 2012

Playa Giron

Published by lucilla at 22:27 under cuba, rivoluzione, sogni, solitudine, politica, precarietà

Improvvisamente mi sveglio, ho trentatrè anni e questo non è il sol dell’avvenir.
Dismessi fieramente i miei sogni in nome di un’adultità che tarda a manifestarsi, potrei forse cominciare a fare ciò che fanno gli esseri umani con un minimo di cervello ovvero iniziare a progettare.
Invece me ne resto a respirare utopie altrui e mi faccio domande da eterna postadolescente in crisi.
Una volta tanti anni fa ci fu una persona che chiamai Compagno. Il Compagno per eccellenza, colui col quale forse condivisi per una primavera la grande utopia di una rivoluzione.

Allora Compagno se sei da qualche parte ancora,
Compagno io ti domando
che cosa ci faccio, coi libri di altre rivoluzioni, se non se ne possono scrivere di nuovi?
Compagno come si fa ad abbandonare i sogni senza sentirsi dei falliti, e a trasformarli in progetti?
Come si fa a lottare ogni giorno quando il massimo a cui possiamo ambire è un bilocale arredato?
Compagno, era un bilocale arredato che volevi, che volevamo? era dire mio tuo era questo l’obiettivo?
Compagno che alla fine anche tu ti sei piegato, in fondo ben prima di me, e ti sei seduto di fronte alla tua busta paga, perchè lo hai fatto? C’è forse qualcosa che mi sfugge, un segreto che non m’hai confidato?
Sta forse nella busta paga la rivoluzione che io non ho compreso?

Come si fa ad allenarsi tutti i giorni per una rivoluzione che viene quando ormai sappiamo che la rivoluzione non ci sarà mai?
Compagno, come è possibile che il mio allenamento rivoluzionario si sia tragicomicamente trasformato nello studio matto e neanche tanto disperatissimo finalizzato alla partecipazione a concorsi che non vincerò mai?
Compagno, diobbuono, ha forse senso, ora che so che non ci sarà mai la rivoluzione, ha forse senso continuare a prendere pullman alle cinque di mattina per andare a contestare l’ennesimo decreto che poi in ogni caso passerà mentre noi, nel migliore dei casi, scriveremo uno spettacolo narrando le fiere gesta degli eroi gasati dalle orde barbariche del fronte nemico?

Io non lo so, Compagno, a cosa pensi nel tuo bilocale arredato che in fondo ti invidio e che vorrei anche io, non so come tu abbia fatto i conti con la tua rivoluzione ma io mi domando in continuazione che ci faccio qui e  Compagno, Compagno, la cosa più triste di tutte è che per tredici anni della mia vita ho pensato di farla, questa rivoluzione, di farla dai palchi arrangiati, dalle tavole arraffazzonate sulle quali mi inerpicavo per portare il teatro fuori dai teatri.
La cosa più triste Compagno, Compagno, è che io ci ho creduto terribilmente completissimamente.
E le turnè in macchina per quattro soldi erano le mie battaglie.
E i pasti consumati dopo lo spettacolo mi sembravano il rifugio dopo azioni pericolosissime.
E gli applausi erano i successi inaspettati delle mie lotte.
E Compagno, Compagno, per tredici anni più di ogni cosa ho provato a condividere la mia rivoluzione la mia lotta, e ci ho creduto, Compagno, fermissimamente.
Stupidissimamente.
Perchè vedi Compagno, ora mi sento come se avessi perso la mia guerra.
La mia unica guerra, quella in cui ho creduto.
Quella per cui ogni giorno mi sono allenata in segreto.
E la guerra l’ho persa, sì, perchè quando mi sono guardata indietro ho scoperto di essere sola.
E la parola noi non aveva alcun senso.

(mio, tuo, io io io)

Compagno. Tu te ne stai nel tuo bilocale arredato che t’invidio una volta di più mentre le mie turnè sono sempre più solitarie.  In questa rivoluzione ci credevo solo io.

Allora Compagno dimmi qual è il segreto per trasformare la mia farsa in una commedia di una certa qualità. Come si fa a uscire a testa alta da questa disfatta.

Io che De Andrè non l’ho mai ascoltato, e adesso mi faccio venire gli struggimenti a suon di Silvio Rodriguez.

One Response to “Playa Giron”

  1. ireon 10 Giu 2012 at 23:23

    “Cosa siamo diventati?” avevo domandato a Massimo la prima volta che mi era venuto a trovare
    “Dei mutanti” aveva risposto “ma non dobbiamo farci scoprire altrimenti ci abbattono”
    “Tutto quello che abbiamo fatto non è servito a un cazzo”
    Massimo aveva alzato le spalle “Era solo un modo per sopravvivere con un minimo di decenza”

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