Giu 14 2013

Rotello, gli ulivi e falce e martello.

Mia nonna mi fa il caffè mmisticat, che vuol dire che ci aggiunge un cucchiaino d’orzo, per poi versare l’intruglio in una tazzina prontamente spolverata con un apposito straccetto, sito a lato del lavandino.
La carta è preziosa e non si spreca per queste cose. Infatti troneggia nella fruttiera una pila di fazzoletti semiutilizzati che riciclerà alla prima occasione.

E’ nove giugno ed è il primo giorno d’estate.
L’ho portata in campagna a vedere come stavano le piante.

E’ molto contenta, nonna, di andare in campagna. Mi indica la strada mentre percorriamo le viette interpoderali.
Va’ nnanz, mo gir’aqquà. A un certo punto, indicando chiaramente a sinistra mi dice decisa: e mo va’ dritt. Della serie: va’ dove il cuor ti porta. Ce ne andiamo dritto a sinistra fino alla stradina della campagna. Lei scende che sennò la macchina non ce la fa. Io parcheggio sul terreno arato di fresco e ci mettiamo a camminare verso ciliegie e nespole. Facciamo bustone piene di frutta, lei scuote gli alberi col bastone che usa per camminare, io salto, malamente mi arrampico, ciuccio frutta sugosa, guardo gli ulivi carichi carichi e, di fronte, i famosi tre colli di Rotello, in merito ai quali papà si è dilungato più e più volte durante la mia infanzia. Tutte le storie cominciavano invariabilmente con un tentativo di scientificità etimologica: Una volta Rotello si chiamava Orotello, perchè era ricco come l’oro, o forse Lauritello, perchè non mi ricordo più e finivano invariabilmente con il perdersi in fiumi di racconti leggendari, mitologici o semplicemente geneaologici, di quella volta che si facevano i combattimenti basc’ pi fuoss e di quando papà è quasi annegato o forse pensavano fosse annegato invece lui giocava in giro per le campagne e poi vabbè tutte le storie passavano attraverso i comizi di mio nonno falegname  nonchè sindaco socialista dell’immediato dopoguerra e via discorrendo, trippa trcinell’e testa. Come diceva sempre mio padre indicando il lieto fine.

Torno poi a guardare la nonna che zampetta lentamente, due gambe e un bastone, tra gli ulivi. Andare in campagna la mette sempre di buonumore. Per l’occasione indossa anche il fazzoletto colorato in testa, ma le ciabatte no, quelle non se le leva più. A ottantasette anni ha diritto a non calzare scarpe chiuse se non in chiesa.
Il buonumore di nonna diventa, al ritorno, il caffè mmisticato e la storia, quella che piace a me. Una storia fatta di intricate intersezioni e molteplici biforcamenti. I personaggi nascono, crescono e poi tornano indietro, di nuovo piccini, per partecipare a un dettaglio importantissimo che se non esplicato non mi permetterebbe di capire la complessità e il fine della storia.
Oggi nonna ha deciso di esprimere il suo parere politico, a imperitura memoria.

Dunque comincia con il racconto di quando ci stava la democrazia cristiana, che a dir suo commannava tutt’cos, e i comunisti e i socialisti dovevano fare le alleanze per vincere. C’erano poi quelli che non sapevano leggere, ma quando vedevano falce e martello mettevano la croce sul simbolo. Certo poi ogni tanto quelli della diccì e quelli del piccì si appiccicavano e qualcuno finiva pure in galera oppure se ne doveva andare che era meglio.
Per andarsene in America dovevano levarsi la tessera del piccì, andare a messa un sacco di tempo e farsi vedere con quelli della diccì che sennò in America non ce li facevano entrare. E così facevano molti.
Anche mio nonno andava a messa, dopo aver scritto i suoi comizi, perchè cantava da tenore e il prete lo reclamava.

E difatti anche io ho qualche vago ricordo di nonno che canta o che suona il mandolino ma forse sono racconti di mio padre e non immagini vere. Però le bobine coi discorsi del nonno quelle sì che me le ricordo, devono essere in una delle mille scatole sospese tra gli infiniti traslochi dei miei.
Papà dice pure che nella bottega ci facevano le riunioni politiche eccetera, ci stanno anche delle fotografie degli scioperi agrari con i cartelli “via i crumiri” e a me piace tanto prendere l’album e riguardarmele ogni tanto. Ma anche l’album adesso è chiuso in qualche scatolone poichè mia nonna, terremotata, si sposta da una casa all’altra aspettando riparazioni e collaudi.

Continua la nonna a parlare di quando partorì i suoi quattro figli esattamente al piano di sopra eh, che con tutte quelle scale non sa nemmeno lei come faceva a salire, papà piccolo nella culla e la zia in arrivo e via discorrendo, poi al piano di sotto c’era il forno a legna dove si faceva il pane e la cantina dove si facevano salsa, porco e tutto il resto.  A questo punto ritorna al nonno e alla p’teca piena zeppa di discepoli che si infervoravano e progettavano e sì, volevano un mondo migliore, o magari un mondo migliore no, magari volevano soltanto una Rotello migliore, che però se uno ci pensa adesso è già tanto, tantissimo, e infatti quei giovani discepoli che volevano una Rotello migliore si sono tutti dispersi per il mondo e alcuni, molti, hanno persino stirato le zampe.

Allora mi viene una gran tristezza e un gran senso di spezzettamento, mi viene che vorrei tornare in campagna tra gli ulivi e basta, mi vengono quei pensieri di pausa infinita, mi sento tutta frammentata e mi terrorizza l’idea di questo vuoto immenso che ho visto in un mese in Italia. Mi terrorizza la mia vita di ora, che dentro non ci sta manco un sogno, ci sono solo progetti, e i progetti se da un lato hanno la bellezza della loro misurabilità, dall’altro hanno la meschinità della loro banale concretezza, della loro monetarizzazione, che chissà se esiste questa parola ma se non esiste poco importa. I progetti si possono valutare, quanti dollari per un nuovo contratto?

Sì mi fa tristezza un pochino questa vita qua. Credo che dovrei comprarmi un corso di Yoga on-line, o cercarmi un personal trainer a distanza che diventi il mio guru e mi aiuti a ritrovare la mia spiritualità, perchè la verità è che l’ho persa tra gli ulivi e qui è tutto un pesare le valigie per verificare la possibilità di portare un paio di scarpe in più, un libro in più.

In tutto questo spezzettamento, mentre mia nonna mi racconta di quella volta che, io non sono proprio soddisfatta di me, ecco, lo volevo mettere per iscritto, che magari mi do una svegliata e mi domando finalmente aoh, ma che cazzo stai combinando? La soluzione dev’essere qualcosa di più profondo della dieta zona, lo so, ci voglio credere, eppure non vedo niente di niente.

2 Responses to “Rotello, gli ulivi e falce e martello.”

  1. Gofordinneron 14 Giu 2013 at 00:49

    Mi fa bene leggerti. Mi fa sentire meno persa. Tra queste righe ci rivedo la mia di nonna, i suoi racconti, e la mia storia. Se ti puo’ far sentire meglio, quella domanda “ma che cazzo stai combinando?” me la chiedo in continuazione anche io. E lo sai quel’e’ la triste verita’? La mia vita e’ esattamente e precisamente come la volevo io, including “corsi di yoga” e diete macrobiotiche e menate varie.

    E allora mi giustifico dicendo che in realta’ voglio essere infelice, e che sono contorta e complicata… un giocattolo rotto, che si sentira’ tale qualsiasi cosa faccia e in qualsiasi posto del mondo.

    Un abbraccio.

  2. Peppinoon 22 Giu 2013 at 22:04

    anche zia Anna ha avuto il piacere di leggere “una giornata particolare con nonna”: il racconto è piaciuto ad entrambi, apprezzatamenti anche per le citazioni in dialetto.
    Ciao zio Peppino

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