Set 06 2013

sapore di sale

Published by lucilla at 10:02 under acqua, casa, viaggi, famiglia

Quando eravamo piccole si andava al mare per due mesi e forse più.

Perchè faceva bene alla salute dei bambini e perchè la nuova borghesia degli anni ottanta esigeva il soggiorno prolungato al mare, proprio come nell’Inghilterra dell’ottocento. Si andava ai bagni. Si partiva alla fine della scuola, metà giugno, in un’automobile incredibilmente carica di ogni tipo di bene o provvista.

Si attraversava l’Italia verso la Riviera Romagnola.

Mamma faceva i panini con la frittata ma la cosa più bella era la fermata all’autogrill con la scritta Alemagna, dove in via del tutto eccezionale ci veniva concesso di scegliere un gelato a testa.

Mia sorella Fuego voleva il cucciolone, come papà. Io invece volevo il cornetto algida, quello coi pezzetti di noccioline, o il gran rico all’amarena. Mia mamma e i miei nonni mangiavano la coppa del nonno o la coppa rica, a seconda delle disponibilità. Le altre sorelle non erano ancora in programma e insomma c’era un gelato per ciascuno.

Arrivati finalmente a Lido Adriano aprivamo la nostra casa che puzzava di mare e di chiuso. Il frigo vuoto e aperto veniva acceso e riempito di tutte le provviste, gli armadi venivano ripuliti e i costumini sciacquati a dovere nel microbagno con doccia su pavimento. Materassini, canotti, palette e secchielli venivano riesumati e puntualmente una delle due ciabatte da mare non si trovava.

 

Dopo pochi giorni mamma e papà ci lasciavano al mare con i nonni e tornavano a lavorare in quel di Crampobasso. Ad agosto, poi, sarebbero rimasti con noi un paio di settimane, quelle più belle.

Stare al mare coi nonni era francamente una gran noia, anche se la nonna ci dava mille lire al giorno per il gelato, e se sceglievamo il gelato da cinquecento lire rimaneva pure qualche monetina per il videogame o per le biglie. Mi piaceva molto giocare con le biglie, anche se non vincevo mai, ma soprattutto mi piaceva giocare a Pacman nella sala del lido, i pavimenti freddi e pieni di granelli di sabbia, l’odore di plastica dei canotti e la voce della bagnina che dal megafono elencava i nomi dei bambini scomparsi e i colori dei loro costumini.

La sera la nonna ci dava il permesso di andare alla cabina telefonica e chiamare a casa con i gettoni. C’erano quei gettoni che avevano da un lato una scanalatura e dall’altro due. La cabina all’aperto puzzava di pipì, ma quella nel bar sotto casa era imbottita di velluti e trine, per cui la temperatura poteva facilmente raggiungere i cinquantamila gradi. Dunque optavamo spesso per la puzza di pipì e pigliavamo con brama la cornetta. Dall’altra parte il telefono faceva tutu fino a quando mamma o papà non rispondevano. I gettoni andavano giù con gran velocità, producendo l’odiato rumore digestivo. Non ne avevamo mai abbastanza, di gettoni, e le telefonate finivano sempre troppo presto. Mamma e papà avevano una voce tenerissima e ci domandavano quello che avevamo fatto durante il giorno, ci chiedevano se avevamo litigato e se avevamo conosciuto bambini nuovi.

 

Mi dispiaceva terribilmente dover mettere giù il telefono. Ogni sera avevo il terrore che quella sarebbe stata l’ultima telefonata della nostra vita.

 

Ma i giorni trascorrevano nell’odore della sabbia e dell’acqua salata, scorrazzavamo alla ricerca di conchiglie preziose, capelli cortissimi e pelle sempre più scura. Bambini come noi ce n’erano tanti, anche se spesso venivano da più vicino e parlavano con un accento assai strano, spesso mettendo l’articolo davanti al nome proprio. Mia madre diceva che era un errore di grammatica, ma a me faceva tanto chic. La sera, prima della telefonata, si andava al pattinaggio o anche a mangiare la piadina che era una cosa fantastiliosa, soprattutto quella al prosciutto crudo.

 

E finalmente arrivava il momento in cui mamma e papà arrivavano nella loro macchina italiana rossa, la vedevamo entrare nel cancello dal balcone e ci precipitavamo giù senza infilarci le ciabatte. Mamma profumava di pelle e di frittata e di caffè. Papà aveva una camicia tutta sudata e i suoi pantaloncini di jeans ruvidi che peraltro ha ancora. E se non sono gli stessi sono uguali.

 

Quando arrivavano mamma e papà tutto diventava più bello e il gelato al puffo era ancora più buono, anche se papà a volte con la scusa di assaggiarlo praticamente me lo finiva. Al mattino venivo spedita a comprare i famosi bomboloni ovvero dei dolci di pasta fritta, ripieni di crema pasticcera e ricoperti di zucchero. Uno a testa, per carità, ma io ne avrei mangiati volentieri due o tre. Poi si andava al mare, dove papà leggeva Tex sotto l’ombrellone e mamma andava a nuotare fino agli scogli. A volte poi ci lasciavano coi nonni e andavano a fare la passeggiata, che durava sempre tantissimo ed era il loro momento segreto. Non eravamo autorizzate a seguirli e li vedevamo che si allontanavano mano nella mano parlando fitto fitto. Una volta per seguirli ci perdemmo e dovettero chiamarci per ore con l’altoparlante fino a quando papà non ci ritrovò disperate sul bagnasciuga che facevamo un castello nella speranza che qualcuno ci ripescasse. Però devo dire che quella volta non si arrabbiò. Bravo papà.

 

Era bellissimo quando andavamo a farci il bagno tutti insieme e papà ci faceva fare i tuffi. Poi tornavamo sotto l’ombrellone e mamma ci dava il panino con la mortadella che era buonissimo, buonissimo, sapeva di sale e crema solare e felicità. Poi io mi mettevo sul lettino a leggere topolino o il giornale di barbie e mi addormentavo con la faccia spiaccicata sulla plastica a righine. Mentre stavo ancora nel dormiveglia sentivo mamma che si avvicinava, profumata di costume da bagno e conchiglie, prendeva un asciugamani e me lo metteva addosso, poi mi dava tanti bacetti sulle guance e sul collo e prima di allontanarsi mi passava la mano sulla fronte togliendomi la sabbia.

 

 

 

Ecco, questo era il momento più bello dell’estate.

 

 

 

 

 

 

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