Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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