Nov 04 2013

fine di un’infanzia con relativo trasbordo in meridionia

Published by lucilla at 13:14 under maratea, viaggi, carla vitantonio, famiglia, amici

A un certo punto, quando avevo più o meno dieci anni, le barbie cominciarono a perdere presa nei miei confronti. Mi ritrovai tutt’a un tratto a chiedere per natale una maglietta nuova, a implorare papà di lasciarmi crescere i capelli e a desiderare le scarpe da ginnastica con la stella che si chiamavano òlstar e tutti ce le avevano tranne me. Erano ancora gli anni ottanta ma stavano proprio per finire, insieme al muro di Berlino e a molte altre cose, alcune delle quali non posso fare a meno di rimpiangere, e infatti me ne sono venuta fin qua, nella bolla spaziotemporale dove il muro di Berlino non è mai crollato.

 

Ma insomma proprio in quegli anni, gli anni delle òlstar, i miei genitori presero l’abitudine, in settembre, di trascorrere una settimana a Maratea. Noi non eravamo abituate ad andare a Maratea. Eravamo cresciute sulla Riviera Romagnola insieme a quelli che mettevano l’articolo davanti al nome proprio e le spiagge di Maratea, blu come nella canzone di Modugno e profumate di timballi di pasta e frittate di cipolla, ci sembravano un carnaio rispetto alla delicatezza dei panini alla nutella e alla modestia delle merendine che circolavano sulla Riviera. A Maratea tutto era fatto con molti più decibel, a partire dalla mattina, quando si andavano a comprare NON i bomboloni alla crema MA i bocconotti, una delizia marateota che non saprei descrivere altrimenti se non come l’equivalente, a livello di gusto e contenuto calorico, del bombolone settentriota. Perà il bocconotto era molto più buono. A partire dal fatto che l’odore si sentiva dalla sera precedente, quando si passeggiava di fianco alla pasticceria Panza e dal retro della bottega arrivava il profumo di frolla e crema pasticcera. E allora si assaporava con delizia l’attesa della mattina, quando quell’odore sarebbe diventato il pasticcino rotondo sulla nostra tavola. E poichè eravamo al sud, di pasticcini non ce n’era uno a testa, no. Sul tavolo troneggiavano vassoi immensi con un numero imprecisato di bocconotti (papà diceva “vai e piglia quelli che ci sono”), e se ne poteva mangiare a sazietà. La regola, durante la settimana marateota, era che ogni desiderio andava soddisfatto.

 

A Maratea ogni atto per essere compiuto necessitava di uno spirito comunitario che ci era sconosciuto sulla Riviera Romagnola.  Si dormiva tutti in una stanza gigantesca, buttando giù degli appositi materassi, un po’ a casaccio. Non si stava mai nello stesso letto. Ci si addormentava un po’ dove capitava, a seconda dell’ora in cui si andava a dormire, e questo ci regalava ogni sera un brivido e ogni mattina un piccolo momento di spaesamento. La mattina i letti sparivano e la stanza diventava “il salone”, che dava a sua volta su un giardino dove vidi uno scoiattolo. Ma mia madre diceva fosse un topo.
Il bagno era uno e uno soltanto. Poichè in casa c’erano sempre tra le 10 e le 15 persone, e poichè ognuno doveva andare in bagno, prendere il caffè, mangiare il bocconotto, leggere Repubblica e il giornale locale, non si andava a mare prima di mezzogiorno. Si scendeva con le macchine e il frigorifero portatile pieno di timballi, frittate di maccheroni e altre deliziose untuosità che avremmo consumato lascivamente durante la giornata, per risalire poi, con calma e un po’ di pigrizia, dopo il tramonto.
Maratea stava a ovest, quindi il tramonto si doveva vedere per forza.
Papà e mamma a quell’ora andavano a farsi il bagno e noi non rompevamo le palle. Ce lo facevamo da un’altra parte. Il mare era bellissimo e pieno di pesciolini, che sulla riviera non c’erano. I pesciolini erano verdi e un po’ fosforescenti, nuotavano in gruppetti e noi li inseguivamo con le maschere.

 

A Maratea, all’inizio, o meglio all’inizio della fine della mia infanzia, si stava ospitati gentilmente dai migliori amici di mamma e papà, una coppia con cui loro amavano parlare di politica e di molte altre cose che adesso potrei descrivere come sogni, ideali, progetti, lotta, attivismo e molte altre cose che evidentemente con l’età sbiadiscono.
Essi abitavano in cima a una salita che si chiamava “la pendinata”.
La pendinata è, in assoluto, la salita più salita della mia vita. E quando bisognava farla in discesa ci si aggrappava a quel che si poteva sperando di non ruzzolare rovinosamente fino alla piazza che stava alla base della stradina. Io una salita come la pendinata non l’ho mai vista.

 

Non so come mai, ma oggi mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio indolenzito dal troppo esercizio fisico, a sua volta utilizzato come unica valvola di sfogo in questo novembre di incomprensioni e lontananze e cambiamenti repentini, oggi, mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio, m’è venuta in mente la pendinata, in tutta la sua scoscesa meridionalità, e mi sono resa conto che la mia infanzia è ruzzolata proprio liggiù, una di quelle sere di settembre, alla fine degli anni ottanta.

 

 

One Response to “fine di un’infanzia con relativo trasbordo in meridionia”

  1. Mason 08 Nov 2013 at 21:43

    Già!
    :)

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