Nov 12 2013

dramma fecale

Alle volte bisognerebbe avere il coraggio di cancellare, ecco cosa bisognerebbe avere il coraggio di fare. Potremmo, in un impeto borghese, salvare il salvabile e cercare di limare e cesellare e recuperare quello che si può. Potremmo sì, metterci a rimestare tra le macerie come in quel film che ho visto ieri, in cui la nonna di Camus mette le mani nel gabinetto alla ricerca della moneta caduta.

Il punto è che poi proprio come la nonna di Camus corriamo il rischio di ravanare nel gabinetto per ore alla ricerca di una moneta che non c’è. Perché ci hanno mentito, o per altri motivi meno letterari.  Dunque delle volte bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto quello che c’è senza paura.
I danni collaterali, quelli sono inevitabili.
E’ una sorta di fuoco amico.
Dovrei imparare ad applicarlo a me medesima e alle mie poche e inutili proprietà.

Per esempio da anni due ci ho un garage a Bologna, di cui pago l’affitto ogni mese, e dentro cosa c’è? Il passato, c’è. Vestiti che non mi entrano più, fumetti, libri, cosmetici scaduti, scarpe dal tacco vertiginoso, parrucche, costumi di spettacoli andati in scena nel passato decennio, scenografie, liquidi antigelo per un’automobile rottamata da anni, regali, rassegne stampa, documenti oramai decaduti, due paia di sandali di plastica di quelli che andavano di moda negli anni 80, la mia collezione di Pataloghi (incompiuta, come tutto quello che mi riguarda), un cofanetto di argilla bianca, miracolosa per la pelle, comperata a natale del 2009 con il mio ex fidanzato nel nostro viaggio in Marocco, una pelliccia di astrakan che mi è sempre andata troppo grande, la storia del comunismo in cinque volumi e le cartoline non utilizzate del mio ultimo monologo.

Tutte queste supreme inutilità giacciono da due anni in una città in cui, ammettiamolo, molto probabilmente non tornerò più. Sono lì, a marcire, testimonianze di un  passato che oramai interessa soltanto me, e allora bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto e di alleggerirsi, una volta per tutte. Bisognerebbe premere il tasto reset, e non importa se perdiamo anche quella musica bella che ci piaceva ascoltare la mattina.
Dentro quel garage c’è una me che non interessa più a nessuno, e questa me conserva relazioni morte e segreti e pensieri che non hanno più spazio. E’ una specie di cimitero, quel garage bolognese, un cimitero che a nessuno interessa visitare, perché i corpi sepolti sono di quelli non importanti, sono le vittime del fuoco amico, sono tutte le cose che abbiamo perso per arrivare dove siamo, e allora a volte è difficile volerle andare a visitare, voler rendere loro omaggio. Lasciamole là, che anche andare a bruciarle farebbe troppo male, significherebbe dire che abbiamo capito e andiamo avanti.

O che rinneghiamo.

Atto che pure in sé richiede una forma di coraggio,  il rinnegare. Una sorta di anelito a una vita nuova. Una speranza nel cambiamento totale, nella metempsicosi, che ne so.

Allora niente, allora niente. Lasciamo il garage lì dove sta, pieno di morti per cui nessuno piangerà mai, perchè forse ha ragione il mio amico Martin, ha ragione lui quando mi dice che in fondo, in fondo forse la vita è proprio in questa noia che ci trova ovunque andiamo, in questa incapacità di sfuggirle. Forse la vita è la stessa per noi che cambiamo paese ogni due anni e per quelli che sono rimasti per tutta la vita nello stesso, forse tanto vale rassegnarsi, che la vita è questo encefalogramma piatto che ci scorre davanti agli occhi in ogni caso, e lentamente la smetteremo di lamentarci, di scalciare, di agitarci dentro questa camicia di forza, lentamente ci abitueremo e basta, amen.

 

Come quando Drogo, all’improvviso, si trovò a finire la sua vita senza nemmeno essersela vissuta, e si scoprì morire nel momento stesso in cui i Tartari, finalmente, arrivavano. 

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