Mag 05 2014

I miei allievi, io e una grande rivoluzione in cinque minuti

Published by lucilla at 16:04 under rivoluzione, università, carla vitantonio

Quando insegnavo avevo due classi. Erano classi composte da studenti uguali a tutti gli studenti del mondo. Uguali a me quando avevo vent’anni e a mia sorella e ai miei amici e ai miei colleghi, quelli simpatici e quelli che non potevo sopportare.
Classi fatte di studenti troppo impegnati a vivere per studiare. Consideravano lo studio come un accidente inevitabile, un effetto collaterale della giovinezza, insomma una corvè che sì, si era tenuti a prestare mentre la vita, la vita era altrove. Studenti che pensavano che lo studio si sarebbe studiato da solo, proprio come lo avevo pensato io ai tempi dell’università, quando facevo le tre del mattino ubriacandomi della vita incontrata casualmente per strada e alle otto e mezzo ero già seduta, mezza tramortita, dietro ai banchi dell’aula costruita a mo’ d’anfiteatro. Attorno a me altri fantasmi reduci da avventure notturne parimenti intense. Ma la vita era lì che ci esigeva e poco ci importava di essere troppo assonnati per carpire i segreti di una certa formula di economia, o per intendere l’importanza di alcuni apparenti cavilli del diritto pubblico. Lo studio si sarebbe studiato e noi intanto ci vivevamo.
Così i miei studenti.
Ogni minuto passato sui libri era un minuto rubato alla vita vera. E non riuscivo a spiegarlo loro, che no, che non era così, che anche lo studio era vita vera verissima e nel giro di pochi anni avrebbero rimpianto e insomma, non glie lo spiegavo no, perchè il discorso di per sé era già trito e ritrito e mi faceva tristezza anche solo a pensarlo, figuriamoci a ripeterlo.
Niente, i miei studenti mi imbrogliavano con i loro marchingegni supertecnologici tipo il tablet il telefonino collegato a gesucristo sa cosa e io sempre a rincorrerli, sempre a rendermi conto troppo tardi, ma in fin dei conti se gli studenti non imbrogliano il professore che gusto c’è. In fin dei conti, mi dicevo e mi dico, era bene che mi imbrogliassero, almeno dentro di loro germogliava il seme di una ribellione strutturale, contro l’autorià, contro l’imposizione o, molto più semplicemente, contro la noia. Bisognerebbe sempre, sempre ribellarsi contro la noia, che è da annoverarsi tra le peggiori forme di tortura del postcapitalismo.

(E’ che vorrei dire tantissime cose in questo articolo, perchè so che ci metterò una vita a rimetterlo a posto, a pubblicarlo eccetera, e dopo questa vita ci vorrà un’altra vita per scriverne un altro, allora vorrei scrivere tuttotutto dentro questo qua, ma come si fa, sono già le dieci di sera di domenica e domani una nuova settimana borghese mi attende felicemente con i suoi tantissimi divieti e le poche concessioni. Diritti, quelli no, li abbiamo lasciati nel ventesimo secolo. Allora niente vorrei dire tante cose e invece devo concentrarmi su questa storia dell’università, che è importante, giuro. Ci arrivo).

Quando insegnavo all’università avevo due classi di fancazzisti e come tutti i professori un po’ mi laceravo chiedendomi perchè i miei allievi fossero tanto fancazzisti, un po’ mi colpevolizzavo e un po’ anche no, perchè lo sapevo che gli studenti all’ottantacinquepercento sono fatti per deprimere i professori e permettere loro di continuare a mettersi in discussione e sentirsi dunque umani. Per il 10% sono fatti per fare incazzare i professori così che possano andare a casa e rovinarsi la vita privata. Per il restante 5% danno soddisfazione e sono come quei giorni di sole e cielo cristallino in un novembre vissuto a Padova, o Bologna, come è capitato spesso a me in gioventù.
Avevo tutte le mie strategie per tenere imbrigliati i miei sbarbini, a parte la tortura fisica che per motivi etici evitavo, c’era un’ampia gamma di rinforzi positivi e negativi a seconda dell’umore mio e di quello dello studente. Si andava dall’interrogazione casuale stile scuola superiore, con voto immediato, all’accumulazione dei compiti a casa per chi non li faceva ogni giorno, all’ascolto di canzonette piacevoli con incorporati piccola storia della musica contemporanea e gossip sul cantante di turno.
Ma la strategia di lungo periodo che avevo intrapreso all’inizio del mio secondo anno di insegnamento era una sorta di versione accademica del grande balzo in avanti di Mao. Si chiamava Grande Battaglia Quotidiana contro la nostra pigrizia (GBQ), e consisteva in un atto volontario che ciascuno doveva compiere (me compresa) a casa nel pomeriggio, per contrastare il proprio attrito interiore, la propria tendenza alla stasi. Tipo: studiare 5 minuti in più di quanto si pensava di riuscire a sopportare, scrivere un testo facoltativo, ma anche fare una corsetta, aiutare mamma a pulire, cucinare invece di mangiare al fast food etc.
Questa iniziativa aveva riscosso molto successo, soprattutto perchè aveva un aspetto collettivo, che i miei studenti apprezzavano particolarmente. Esso consisteva nella condivisione, il giorno dopo, dei racconti sulla GBQ che ciascuno ingaggiava contro la propria pigrizia. Agli studenti questo momento di vergogna collettiva piaceva tantissimo, era un po’ come fare quegli esercizi di improvvisazione teatrale in cui tutti si sentono cretini e quindi nessuno lo è. Venivano fuori le storie più strane, fanciulle che imparavano poesie a memoria, fanciulli che lustravano le scarpe a tutta la famiglia, corvè di varia natura nei confronti del parentado e composizioni poetiche cariche di complessi edipici per la prof cioè io.
La GBQ era così diventata il nostro momento felice, in cui anche la prof e cioè io raccontava delle cose abbastanza allucinanti tipo oggi per combattere contro la mia pigrizia e la mia sciatteria ho lucidato la bicicletta.
Certo c’erano anche gli studenti ai quali di questa GBQ non glie ne fregava niente, ma facevano parte di quel 5% che come ho già scritto meriterebbe di morire perchè entra nella vita dei professori solo per rovinarla.

(Sì è vero quando scrivo non esprimo proprio il meglio delle mie capacità diplomatiche e non sono nemmeno tanto politicamente corretta, ma ci tengo a sottolineare che alcuni studenti io proprio li odiavo, come in genere è vero che non sopporto certe persone, e magari senza alcun particolare motivo, soltanto sulla base di un pregiudizio, perchè sono ingiusta, perchè a volte è bello abbandonarsi alla banalità del pregiudizio, ci si sente normali, uguali, pingui. Non mi dispiacerebbe a questo punto un bicchiere di vino bianco).

C’erano insomma i sabotatori della mia GBQ contro la pigrizia, ma ogni rivoluzione è fatta anche di sabotaggi ed è anche e soprattutto grazie a loro che gli eroi diventano poi tali.
Mi piaceva l’idea di non accontentarci, di non ritenerci soddisfatti. Mi piaceva pensare che alla fine della giornata ci spremessimo un pochino di più, tutti insieme eppure tutti diversi. Aveva un che di eroico, la nostra battaglia, ci faceva sentire dei militanti, ci faceva sentire piccoli partigiani sulle montagne invase dalla noia, dalla pigrizia, dalla passività.

(Che cosa volevo dire con questo mio intervento lungo, auto-compiaciuto e parzialmente sconclusionato? Che messaggio avrei voluto trasmettere? Ma niente, nessun messaggio, il messaggio non c’è, io credo francamente che dovremmo smetterla di cercare il messaggio, è tutto tempo perso mentre la vita si vive da sola, senza di noi. Allora se invece del messaggio uno riuscisse a concentrarsi cinque minuti, cinque minuti al giorno, proprio come nella Grande Battaglia Quotidiana contro la pigrizia. Cinque minuti di presenza quotidiana, di onestà, non lo so. Dopo tutti questi anni di militanza e di insegnamento, che sono cose che ho sempre fatto insieme e che non saprei come scollegare, ecco dopo tutti questi anni, se riuscissi ad essere presente a me stessa cinque minuti ogni giorno, questa sarebbe davvero una grossa rivoluzione. Almeno per cominciare).

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