Mag 16 2008

Viaggio in Sardegna, parte terza

Published by lucilla at 13:46 under viaggi, carla vitantonio, amici, tour

Mercoledì trentaprile. Questa sera Fenicio festeggia i suoi quarantanni con una festa-spettacolo e io, per regalo, gli farò un pezzo di OTTO. Ovviamente mi sono preparata anche il bis a sorpresa. In moto mi ripeto il copione a memoria. Vogliamo andare dalle parti di Iglesias, città delle miniere, per visitare una cosa che si chiama “percorso Henry”, in pratica trattasi di trenino che ti trasporta attraverso lo stesso percorso che faceva il minerale estratto dalla miniera al deposito. Ovviamente non mi ricordo di che minerale si tratti. Partiamo innamorati e di buona lena. Fa caldo ma io sto sempre in pellaccia, che con la velocità non si sa mai, magari prendo freddo e mi si abbassa pure la voce. Il paesaggio cambia a una velocità vertiginosa. A un certo punto, nelle vicinanze di Iglesias, diventa tutto rosso, tutto scavato. I cadaveri di numerosissime cave ci guardano dai lati della strada. Da quando sono disabitate? Le porte delle miniere sono sbarrate da colate di cemento o croci di legno. E ovunque una polvere rossa si posa. Di nuovo abito il mio viaggio parallelo e mi domando come dev’essere crescere in un posto dove c’è sempre tutta questa polvere rossa. Come sarei stata se fossi nata e cresciuta a Iglesias, se invece di avventurarmi nelle case crollate a causa del terremoto lo avessi fatto nelle miniere chiuse. Un senso di mistero insondabile mi avvolge. Un po’ mi incupisce. Poi sbuchiamo sul mare. Non si capisce come, ma in questo posto, per la prima volta da quando siamo sull’isola, non c’è vento. Io dovrei anche fare la pipì. Così bardata di pellaccia non è molto facile trovare un cespuglio e accucciarmi. Ci vuole un cespuglio ben protetto. La pipì si fa lentamente più invadente. La fascia per la schiena mi schiaccia anche un po’ la vescica. Non mi soccorrono, oggi, i pensieri consolatori. Anzi. Mi viene pure l’ansia per stasera, per tutta la gente che ci sarà, per quello che dirò, per come Fenicio mi presenterà (già lo so, lui dirà con rispetto che sono una sua cara amica che ha scelto di fare del teatro il suo lavoro) e invece io sono mesi che penso di mandare il curriculum all’aeroporto di Bologna per fare l’hostess o la facchina o quello che capita. Pensieri consolatori, dove siete? Peggioro. A un certo punto, persa in un punto lontanissimo dentro di me, sento l’uudm che mi dice che vorrebbe fermarsi in una delle calette che scorgiamo dalla strada. Biascico un vabene e ripiombo in pensieri di macerie. Il posto pare effettivamente bellissimo, un edificio di pietra, forse un vecchio porto, si affaccia su una spiaggetta bianchissima. L’uudm sparisce dietro uno scoglio, io rimango arenata vicino alla moto e annaspo. Devo pisciare e dietro ogni cespuglio c’è un camper o un turista insomma non ce la faccio. L’uudm si sta facendo il bagno alla faccia mia. Io rimango nella pellaccia e sto affogando dentro pensieri che da quando ero partita mi avevano felicemente abbandonata. Sarà che stasera devo fare lo spettacolo e mi ritornano i maledetti scoramenti esistenziali? Quando l’uudm ritorna tra me e lui c’è un bel muro di ansia e preoccupazione da parte mia, di incomprensione da parte sua. Il viaggio prosegue per un po’ così. Mi godo poco quello che c’è attorno. Dell’uudm non so più molto. Sono completamente persa.

Per fortuna a un certo punto, davanti all’ingresso sbarrato del trenino henry, ci ritroviamo. Pare che in questo viaggio tutte le visite programmate debbano essere stravolte. E così, saltato il programmatrenino, ci mangiamo un panino col prosciutto bevendo ichnusa e ci avviamo verso Fluminimaggiore.
Ci perdiamo. Ecco, io i momenti in cui ci perdiamo li odio. Se fossi sola me la passerei tranquillamente perchè è da quando sono nata che mi perdo, ormai ci ho fatto l’abitudine, quando ho un appuntamento in un posto nuovo mi avvio mezz’ora prima apposta, insomma, è normale, mi perdo, mi ritrovo e a volte perdendomi mi succedono pure cose interessanti. Se penso a Lisbona, alle cose più belle che ho visto là, sono uscite fuori tutte perchè mi ero persa tra la Graça e la Mouraria. Però quando mi perdo con l’uudm è un casino perchè lui odia perdersi. Eppure ogni tanto ci perdiamo. Diciamo tre o quattro volte per viaggio. E a lui questa cosa proprio non va giù. Da fuori sembra che l’idea di essersi perso gli ciucci un monte di energie, lo secchi. Cosa succeda dentro, in realtà, io non lo so, ma so che non me lo posso manco immaginare, allora provo semplicemente a esserci, persa mentre ci siamo persi.
 Insomma quando ci perdiamo è un po’ un casino.
E anche questa volta cominciamo a fare avanti e indietro per tornanti, becchiamo persino un tipico funerale sardo: tutto il paese accompagna il morto a piedi fino al cimitero e per 2 km e due ore niente si muove, non c’è verso, e nonv c’è manco un’altra strada. Passare non si passa, il morto c’ha la precedenza.  Finalmente arriviamo a Fluminimaggiore, che sta in mezzo a montagne spilungone e verdi. Proseguiamo e ci facciamo persino un bagnetto, quasi completamente riappacificati. Non so bene dove siamo ma è bellissimo. Trenta aprile, primo bagno dell’anno, freddissimo in verità. Ma non potevo lasciare l’isola senza togliermi lo sfizio e poi l’acqua gelida giova alla mia portentosa e onnipresente cellulite.
Adesso si può tornare a casa da Fenicio e io ricomincio persino a ritrovare la giusta dimensione di quello che sto per fare: un regalo a un amico che con la sua dignità e la sua generosità m’ha fatto, in questi giorni, ritrovare un po’ di speranza nelle persone. La strada del ritorno è puntellata di cave e miniere abbandonate che sbucano fuori dietro i tornanti e ci raccontano storie che però io non so tradurre. Misteriosa Sardegna.
A casa la festa è già cominciata. Fenicio non riposa un attimo, tutti i suoi ospiti devono essere a loro agio, e poi ci sono le performances da organizzare, le luci da puntare, la scaletta da mettere a punto…Io, il mio regalo, glie lo faccio sulla soglia di casa, il luogo precario per eccellenza. Fenicio e i suoi generosissimi amici ridono e applaudono. Poi canto, a sorpresa, il mio personale omaggio al mio amico, la canzone di quando eravamo insieme al Lemming (dopo mi dirà: hai sparato sulla croce rossa). E in quel momento so che gli sto cantando la mia gratitudine.
Attori, registi improvvisati cuochi, danzatrici e danzatori, organizzatori di festival, appassionati, cugini, fratelli, politicanti, fotografi, conosco più gente stasera che in un anno di vita bolognese. Di tutti vorrei sapere qualcosa in più, per ognuno vorrei avere più tempo. Poi, come la regola vuole, alle 2 in punto tutti vanno a casa e noi, finalmente, riapriamo il nostro divano letto.
La mattina dopo, primo maggio, festa grande, è Santo Efisio Glorioso, patrono di Cagliari e protettore di chiunque lo desideri. Da tutta la Sardegna arrivano persone tradizionalmente vestite e bardate, a piedi o a cavallo, con gioielli di famiglia e strumenti musicali, per partecipare alla grande parata che attraversa la città.
Una cosa meravigliosa. Affianco a noi un sardo verace ci spiega le cose mano a mano che avvengono. Io, persa nel viaggio dell’appartenenza, mi commuovo e mi escono pure alcuni lacrimoni. Anche Fenicio e Dharani  sfilano e sono proprio come me li ero immaginati, le schiene dritte e le facce serie e orgogliose. Serie, sì, che si tratta pur sempre di una processione. Qualcuno suona canzoni lontanissime e profonde, alcune donne, fiere, cavalcano bestie ricchissimamente addobbate, con fiori veri e ori e stoffe preziosissime. Il nosto cicerone ci spiega che per un sardo un cavallo è tutto. Io penso che forse non è proprio così, ma ritrovo nella fierezza di quei volti una storia volontariamente non dimenticata, e ne gioisco.
La processione è così bella e viva e piena (persino il prete con il cappello da cerimonia arriva a cavallo come da tradizione, e il sindaco, lui pure a cavallo, saluta la popolazione agitando il suo cilindro) che mi stanno quasi simpatici pure i carabinieri in alta uniforme.
Il santo è annunciato dal suono contemporaneo di tutte le navi del porto. Quelli che hanno sfilato lo precedono cospargendo il terreno di petali di rose, intorno si tace e solo le navi continuano l’annuncio, io penso che non ho mai assistito a una cosa del genere.
Ci rimango quasi male quando vedo il santerello nel suo cocchio, un po’ piccolo e con la tipica faccia da santo. Avevo pensato di chiedergli una grazia, ma all’ultimo ci ripenso. Piuttosto, lo ringrazio per la protezione che offre a quest’isola e alla sua gente.

E’ ora di ripartire. Mangiamo una pizzella e siamo in moto verso Orgosolo. Il tempo è poco e l’uudm è costretto a correre, e così l’ultimo pezzo di viaggio passa un po’ veloce, ognuno sta nei propri pensieri chiusi dentro i caschi volutamente senza interfoni.
Attorno a Nuoro il paesaggio è irriconoscibile. Dove siamo? Fenicio questi luoghi li chiama “sardistan”, e forse è vero, siamo sbucati nell’entroterra più sardo. Passiamo velocemente attraverso paesi sconosciuti per giungere a Orgosolo. Io me la aspettavo diversa. Innanzi tutto ci vedevo un viale di palme, e poi i murales tutti là, in fila in bella mostra sul corso principale. Be’, intanto non c’è un corso principale, e poi i murales abitano il paese interamente, lo animano, lo ricoprono e si nascondono nei vicoletti, nelle stradine, sotto le balconate. Orgosolo è un grande murales. Quanto tempo ci vorrebbe per dare dignità a questo ricordo? sicuramente molto di più di quello che noi abbiamo. E poi c’è da comprare il “ricordo della sardegna”. Innanzi tutto bottarga, poi l’uudm si prende un berretto sardo ingaggiando tra l’altro una strenua lotta contro il mercante che pur di decidere lui la taglia rischia di perdere il cliente. Io, da brava casalinga in crisi professionale, invece di prendere un frivolo oggetto da donna tipo borse-scialli-gioielli, mi compro un portamestoli da cucina, con tanto di pavoncella sarda dipinta a mano, Siamo soddisfatti. Mi rimane un po’ sul groppone il poco tempo dedicato a Orgosolo ma oh, il traghetto parte anche senza di noi, ci tocca correre.

Arriviamo a Golfo Aranci con il sole che ci tramonta alle spalle. Velocemente faccio incetta di prodotti sardi che accompagneranno la nostra cena in nave: l’ultima ichnusa, olive condite (che bontà!) salsiccia, salame e spianatine. Infine, dolcetti per la colazione.
Partiamo troppo in fretta, in nave dormiamo male e la Sardegna scompare senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
Livorno è gelida e il viaggio fino a casa sicuramente il più freddo della mia breve carriera da motociclisti.
Dopo la doccia, pasta con la bottarga.

(io, appena possibile, ci torno)

One Response to “Viaggio in Sardegna, parte terza”

  1. Marcoon 16 Mag 2008 at 15:03

    Ma la salsiccia si deve condividere con gli amiciiiiiiiiiii

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