Mag 05 2014

I miei allievi, io e una grande rivoluzione in cinque minuti

Quando insegnavo avevo due classi. Erano classi composte da studenti uguali a tutti gli studenti del mondo. Uguali a me quando avevo vent’anni e a mia sorella e ai miei amici e ai miei colleghi, quelli simpatici e quelli che non potevo sopportare.
Classi fatte di studenti troppo impegnati a vivere per studiare. Consideravano lo studio come un accidente inevitabile, un effetto collaterale della giovinezza, insomma una corvè che sì, si era tenuti a prestare mentre la vita, la vita era altrove. Studenti che pensavano che lo studio si sarebbe studiato da solo, proprio come lo avevo pensato io ai tempi dell’università, quando facevo le tre del mattino ubriacandomi della vita incontrata casualmente per strada e alle otto e mezzo ero già seduta, mezza tramortita, dietro ai banchi dell’aula costruita a mo’ d’anfiteatro. Attorno a me altri fantasmi reduci da avventure notturne parimenti intense. Ma la vita era lì che ci esigeva e poco ci importava di essere troppo assonnati per carpire i segreti di una certa formula di economia, o per intendere l’importanza di alcuni apparenti cavilli del diritto pubblico. Lo studio si sarebbe studiato e noi intanto ci vivevamo.
Così i miei studenti.
Ogni minuto passato sui libri era un minuto rubato alla vita vera. E non riuscivo a spiegarlo loro, che no, che non era così, che anche lo studio era vita vera verissima e nel giro di pochi anni avrebbero rimpianto e insomma, non glie lo spiegavo no, perchè il discorso di per sé era già trito e ritrito e mi faceva tristezza anche solo a pensarlo, figuriamoci a ripeterlo.
Niente, i miei studenti mi imbrogliavano con i loro marchingegni supertecnologici tipo il tablet il telefonino collegato a gesucristo sa cosa e io sempre a rincorrerli, sempre a rendermi conto troppo tardi, ma in fin dei conti se gli studenti non imbrogliano il professore che gusto c’è. In fin dei conti, mi dicevo e mi dico, era bene che mi imbrogliassero, almeno dentro di loro germogliava il seme di una ribellione strutturale, contro l’autorià, contro l’imposizione o, molto più semplicemente, contro la noia. Bisognerebbe sempre, sempre ribellarsi contro la noia, che è da annoverarsi tra le peggiori forme di tortura del postcapitalismo.

(E’ che vorrei dire tantissime cose in questo articolo, perchè so che ci metterò una vita a rimetterlo a posto, a pubblicarlo eccetera, e dopo questa vita ci vorrà un’altra vita per scriverne un altro, allora vorrei scrivere tuttotutto dentro questo qua, ma come si fa, sono già le dieci di sera di domenica e domani una nuova settimana borghese mi attende felicemente con i suoi tantissimi divieti e le poche concessioni. Diritti, quelli no, li abbiamo lasciati nel ventesimo secolo. Allora niente vorrei dire tante cose e invece devo concentrarmi su questa storia dell’università, che è importante, giuro. Ci arrivo).

Quando insegnavo all’università avevo due classi di fancazzisti e come tutti i professori un po’ mi laceravo chiedendomi perchè i miei allievi fossero tanto fancazzisti, un po’ mi colpevolizzavo e un po’ anche no, perchè lo sapevo che gli studenti all’ottantacinquepercento sono fatti per deprimere i professori e permettere loro di continuare a mettersi in discussione e sentirsi dunque umani. Per il 10% sono fatti per fare incazzare i professori così che possano andare a casa e rovinarsi la vita privata. Per il restante 5% danno soddisfazione e sono come quei giorni di sole e cielo cristallino in un novembre vissuto a Padova, o Bologna, come è capitato spesso a me in gioventù.
Avevo tutte le mie strategie per tenere imbrigliati i miei sbarbini, a parte la tortura fisica che per motivi etici evitavo, c’era un’ampia gamma di rinforzi positivi e negativi a seconda dell’umore mio e di quello dello studente. Si andava dall’interrogazione casuale stile scuola superiore, con voto immediato, all’accumulazione dei compiti a casa per chi non li faceva ogni giorno, all’ascolto di canzonette piacevoli con incorporati piccola storia della musica contemporanea e gossip sul cantante di turno.
Ma la strategia di lungo periodo che avevo intrapreso all’inizio del mio secondo anno di insegnamento era una sorta di versione accademica del grande balzo in avanti di Mao. Si chiamava Grande Battaglia Quotidiana contro la nostra pigrizia (GBQ), e consisteva in un atto volontario che ciascuno doveva compiere (me compresa) a casa nel pomeriggio, per contrastare il proprio attrito interiore, la propria tendenza alla stasi. Tipo: studiare 5 minuti in più di quanto si pensava di riuscire a sopportare, scrivere un testo facoltativo, ma anche fare una corsetta, aiutare mamma a pulire, cucinare invece di mangiare al fast food etc.
Questa iniziativa aveva riscosso molto successo, soprattutto perchè aveva un aspetto collettivo, che i miei studenti apprezzavano particolarmente. Esso consisteva nella condivisione, il giorno dopo, dei racconti sulla GBQ che ciascuno ingaggiava contro la propria pigrizia. Agli studenti questo momento di vergogna collettiva piaceva tantissimo, era un po’ come fare quegli esercizi di improvvisazione teatrale in cui tutti si sentono cretini e quindi nessuno lo è. Venivano fuori le storie più strane, fanciulle che imparavano poesie a memoria, fanciulli che lustravano le scarpe a tutta la famiglia, corvè di varia natura nei confronti del parentado e composizioni poetiche cariche di complessi edipici per la prof cioè io.
La GBQ era così diventata il nostro momento felice, in cui anche la prof e cioè io raccontava delle cose abbastanza allucinanti tipo oggi per combattere contro la mia pigrizia e la mia sciatteria ho lucidato la bicicletta.
Certo c’erano anche gli studenti ai quali di questa GBQ non glie ne fregava niente, ma facevano parte di quel 5% che come ho già scritto meriterebbe di morire perchè entra nella vita dei professori solo per rovinarla.

(Sì è vero quando scrivo non esprimo proprio il meglio delle mie capacità diplomatiche e non sono nemmeno tanto politicamente corretta, ma ci tengo a sottolineare che alcuni studenti io proprio li odiavo, come in genere è vero che non sopporto certe persone, e magari senza alcun particolare motivo, soltanto sulla base di un pregiudizio, perchè sono ingiusta, perchè a volte è bello abbandonarsi alla banalità del pregiudizio, ci si sente normali, uguali, pingui. Non mi dispiacerebbe a questo punto un bicchiere di vino bianco).

C’erano insomma i sabotatori della mia GBQ contro la pigrizia, ma ogni rivoluzione è fatta anche di sabotaggi ed è anche e soprattutto grazie a loro che gli eroi diventano poi tali.
Mi piaceva l’idea di non accontentarci, di non ritenerci soddisfatti. Mi piaceva pensare che alla fine della giornata ci spremessimo un pochino di più, tutti insieme eppure tutti diversi. Aveva un che di eroico, la nostra battaglia, ci faceva sentire dei militanti, ci faceva sentire piccoli partigiani sulle montagne invase dalla noia, dalla pigrizia, dalla passività.

(Che cosa volevo dire con questo mio intervento lungo, auto-compiaciuto e parzialmente sconclusionato? Che messaggio avrei voluto trasmettere? Ma niente, nessun messaggio, il messaggio non c’è, io credo francamente che dovremmo smetterla di cercare il messaggio, è tutto tempo perso mentre la vita si vive da sola, senza di noi. Allora se invece del messaggio uno riuscisse a concentrarsi cinque minuti, cinque minuti al giorno, proprio come nella Grande Battaglia Quotidiana contro la pigrizia. Cinque minuti di presenza quotidiana, di onestà, non lo so. Dopo tutti questi anni di militanza e di insegnamento, che sono cose che ho sempre fatto insieme e che non saprei come scollegare, ecco dopo tutti questi anni, se riuscissi ad essere presente a me stessa cinque minuti ogni giorno, questa sarebbe davvero una grossa rivoluzione. Almeno per cominciare).

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Feb 25 2014

Io, lui, la scimmia.

A un certo punto in questa domenica inutile mi chiama un amico mio e mi dice oh ieri mi sono ubriacato come se non ci fosse un domani. Mi piace questa maniera di vedere le cose e in particolare l’alcool, come la fine temporanea eppure definitiva di tutto. Compresi i sensi di colpa che uno lo sa, che se si ubriaca oggi come se non ci fosse un domani, domani il domani arriverà e ti piscerà malamente in faccia fregandosene di te e dei tuoi sogni alcoolici di mettere fine agli ultimi (ancora) rimasugli di adolescenza.

Allora adolescenza quando ti decidi ad andartene a visitare qualcun altro, non ti sei ancora stancata di questo corpo mezzo rottamato che si dimena il venerdì sera senza curarsi di usi e costumi locali, ovunque il locale sia?

Adolescenza malefica impiccati e lasciami andare incontro alla noia di una quotidianità fatta di salottini e cene preparate con una settimana di anticipo. Lasciami desiderare di avere del tempo libero per lavorare ai ferri. Adolescenza meschina abbandonami e non farmi rimpiangere quello che non ho più poiché ho deciso così.

Ti ho sfidato, adolescenza stronza, e vincerò questa sfida per la madonnina degli adolescenti. La vincerò a costo di trascorrere ancora innumerevoli venerdì sera abbarbicata in cima a una bottiglia di vino troppo costoso, la testa infilata nel collo a urlare nel fondo vuoto il mio dolore di ragazza abbandonata troppi anni prima che qualcuno potesse salvarmi.

Me ne starò lì appesa sul ciglio dell’abisso di una bottiglia svuotata da me e canterò, stonata, di tutto quello che non è andato come volevo. Salvo poi il giorno dopo rimettermi in ordine e cercare di ritrovare tutti i pezzi di me. C’è sempre il mistero di dove ho lasciato le scarpe. Ma le chiavi, quelle non le perdo mai.

Il sabato mattina si farà beffe di me e io sarò troppo rivoltata per muovere obiezione alcuna. Ma mi sarò arresa alla normalità.

Insomma che cosa voglio?

Ah sono qui che agito il mio fioretto furiosamente contro tutti i miei incubi.
L’incubo di rimanere piccola,
quello di diventare grande,
e quello di essere invecchiata senza essermi goduta il tutto.
Ah, in guardia, vi affronterò tutti, uno dopo l’altro e anche insieme se avete il coraggio.

Qual è il sottotesto di tutto ciò? Il sottotesto è che non sono abbastanza pronta ad accettare che la vita è andata così come è andata e se ne è fregata di desideri, sogni e aspettative. Il sottotesto è che mi delude trovare il peggio dei miei nemici dentro di me. Il sottotesto è che ho dimenticato come si fa a chiedere scusa. Che sto comoda nella mia solitudine. Che quando ho ragione, ah quando ho ragione, avere ragione mi piace così tanto che piuttosto mi gioco tutto il resto. Mi tengo la ragione, ecco. Ecco cosa mi hanno insegnato questi anni.

Col cazzo che viaggiare ti apre la mente.

No.

Viaggiare ti richiude con la testa dentro la bottiglia, a cantare sempre le stesse canzoni, mentre tutti i tuoi altri vivono senza di te e tu non sai più che cosa scrivere. Perchè per scrivere ci vuole un desiderio. E io ai desideri ci ho rinunciato in cambio di qualcosa che al momento non mi ricordo.

Figuriamoci capire se ne valeva la pena.

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Gen 23 2014

risonanze di poesie altrui

 

Le quattro.

E mi pare di stare in un fumetto di Andrea Pazienza. Con la differenza che fuori non ci sta un paese in rivoluzione ma un’intermittenza di lucine che inneggiano al capitalismo di stato. Sono sveglia da sempre e non capisco dentro di me che ore sono. Allora proseguo con le analogie tra me e Penthotal con la differenza che lui aveva il pigiama a righe, io ho il completino da sci della columbia di quelli che raddoppiano il calore del corpo perchè porcomondo ci sono meno dodici gradi e si sente.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler.

Rumori inquietanti, trombette e scoreggioni si alternano a un ritmo poco rassicurante che ricorda un treno a vapore. Andiamo sempre peggio. Ieri niente acqua calda, oggi niente riscaldamenti, domani mi toccherà andare alla sauna, se sopravvivo a questa notte infame che.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Insomma tutti meno che io. Persino la portinaia di guardia, che lei no, non dovrebbe dormire. Sono sicura che sia là abbacchiata tra il telefonino quattromilaggì e la tivvù. Ogni tanto alza un sopracciglio a ritmo con la vibrazione che le annuncia che un suo amico sul feisbukk cinese ha commentato il suo ultimo stato. Prima della fine del turno ordinerà un carico di glutammato a domicilio per darsi la carica.

Ricomincio.

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

In endovena me la dovrei fare. Ma la camomilla sogni d’oro a quest’ora della notte non la trovo da nessuna parte, mica sto in una casa di studenti a Bologna. Il supermercato per extracinesi chiude alle undici sissignore e riapre alle dieci del mattino dopo che tutte le cassiere hanno officiato il balletto motivazionale di rito.

Ricomincio.

 

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no. 

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi. 

 Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla (…) 

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Mi ricordo all’improvviso che non sono Andrea Pazienza e che vorrei semplicemente, prosasticamente, fumarmi una sigarettina. Una di quelle sigarettine che mi giravo io da sola, una di quelle sigarettine innocenti. Che poi proprio in questo momento mi ricordo con chi avevo cominciato a fumare le sigarettine. E mi pare un caso beffardo che esattamente adesso che le sigarettine sono uscite dalla mia vita lo sia anche lui.

Che Pazienza glie lo avevo prestato io. E Tondelli. E tutto il resto. E vabbè.

L’unica cosa che ho trovato nel frigo è un rimasuglio di baileys. Allora mi scaldo un te liptoniellouleibel e ci metto in cima tutto il baileys che posso. Mi faccio il te corretto. Prima di andare in scena d’inverno me lo facevo sempre. Durante le interminabili prove tecniche con i loro intervalli infiniti, vuoti di senso e creatività all’interno dei quali nessuno faceva niente e tutti aspettavano che qualcun altro facesse qualcosa.

Ci guardavamo le punte delle scarpe e giravamo le nostre sigarettine. Fumavamo tutti le stesse, ora che ci penso, ma per vezzo si cambiava marca di cartine o di filtri. C’erano quelli francofili che volevano le occibbì. A me mi piacevano le rizzlargento. Sottilissime, che al contatto con la saliva diventavano subito trasparenti.

I filtri mi piacevano ultraslim, perchè la sigarettina doveva risultare elegante.

Mi ricordo di una volta che uno da me amato si appoggiò al portone di un centro sociale. Il portone era aperto e io stavo davanti al bancone a parlare. Lui plasticamente aderito al portone mi guardava e insieme si girava una sigarettina. Mi guardò lunghissimamente. Fumava le stesse sigarettine che fumavo io. Lo amai a lungo. Più a lungo di quanto mi amò invece lui. La ricompensa per la mia costanza fu che il fantasma di lui morì dentro di me insieme al mio amore. Per lui invece fu diverso. L’amore per me passò a miglior vita assai presto, lasciandosi un ingombrante fantasma di me che ancora ogni tanto lo insegue, me nolente.

Ricomincio

 

 

Le quattro.
La casa cerca di ucciderci tutti col boiler.
Non a caso ho come una sensazione di…morte.
Ohi, vivo in termini di provvisorio.

Caduco. Bello caduco!!! caduco e temporale.

La mia faccia è tutta un dejavu. Dove l’ho già vista? il mio naso mi ricorda qualcuno. Chi? Domande senza risposta.

Forse ci godo a fare lo sfigato. Però mi riesce bene, sembro proprio uno sfigato vero.

Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato.

Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

Ora mi alzo. Ora mi alzo…al tre mi alzo…uno…due…tre….ora mi alzo.

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Occhei, non mi alzo più.

Sdraiato devo stare, a vivermi l’inchiodo”

 

Invece io sdraiata non ci voglio stare, che ho anche mal di testa e una serie di effetti collaterali da postrivoluzionaria in viaggio. Se solo potessi viaggiare in bisnissclass, se solo potessi viaggiare in bisnissclass sono convinta che questo maledetto jet lag postadolescenziale sarebbe più sopportabile. Se solo mi potessi fumare una sigarettina come in tutte le mie foto del passato. Se solo potessi andare al bar sotto casa a bermi un pernod. Non so manco cos’è il pernod ma fa molto Stefano Benni. Se solo potessi ricordarmi dove ho messo le cuffiette e guardarmi Downton Abbey come una vera cooperante. Se solo il mio innamorato fosse qui a ripetermi che sono un’autentica non fumatrice e che va tutto bene. Se solo mi potessi addormentare affianco a lui e sbavare amorosamente sul cuscino. Se solo non ci fossero questi undicimila chilometri. Se solo non mi fossi mai innamorata di nessun altro che di me. Se solo sapessi fare il mio lavoro. Se solo mia mamma e mio papà fossero due personcine un tantino più facili. Se solo non avessi mal di testa. Se solo non fossero già diventate le cinquettrentasette senza però portare con loro alcun tipo di risoluzione. Se solo la smettessi di usare la parola “riSoluzione”. Non era meglio quando parlavo di “riVoluzione”?

Quali sono le tue riVoluzioni per il 2014? La mia più grande riVoluzione quest’anno sarà… basta con queste risoluzioni, fa molto consiglio di sicurezza. A me il consiglio di sicurezza mi è sempre stato sul gozzo. Se solo la Francia non fosse un membro permanente del consiglio di sicurezza. Se solo la parola membro non mi facesse venire in mente giorni migliori in cui si faceva all’amore con passione e dedizione e disciplina. Se solo mi decidessi una volta, una volta per tutte, ad arrendermi a me stessa. Se solo le ragazze cinesi non camminassero in quella maniera così casuale e sgraziata. Se solo tutte le persone che ho provato a chiamare nei giorni passati avessero risposto al telefono. Se solo avessi risposto al telefono io. Se solo queste cazzo di lucine la smettessero di lampeggiare. Di lampeggiare. Se la smettessero. Lucine maledette.

 

Che fate voi, lucine, in ciel?

Che fate voi, silenziose lucine, ditemi che stracazzo fate?

Non era meglio quando c’era la luna?

Almeno era una, una soltanto.

Tirare sassi e bestemmie era, ne converrete o lucine, più facile.

 

 

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Dic 25 2013

Nessuno mi può giudicare

(pensieri prodotti il 16 dicembre, poco prima di rientrare nello stivale natio) 

Tra giorni pochissimi e ore 59 zompetto con grande eleganza sull’aereo che mi riporterà tra le braccia di Mamma Europa. Ella m’accoglierà alla frontiera, a Monaco di Baviera, quando con il mio passaporto europeo mi accoderò ordinatamente nella fila dei privilegiati, i cittadini con le stelle sul passaporto. Quando arriverà il mio turno sorriderò civilmente al biondo militare tedezzco che guarderà il mio visto e mi dirà “bentornata a casa”. Tratterrò a stento le lagrime di commozione e, visto che non fumo più, e non posso dunque rinchiudermi nelle gabbiette di vetro sponsorizzate dalla Camel, mi fionderò nel primo starbucks per comprare un americano tall, che diobon qualcuno un giorno mi spiegherà perchè il caffè piccolo da starbucks lo chiamano tall. Sorriderò anche alla lavoratrice precaria dello starbucks. Perchè a natale siamo tutti più buoni e anche io, anche io che per definizione sono una gran stronza, anche io a natale sono più buona, e sorrido magnanima alla precaria dello starbucks, la avvolgo nell’abbraccio che mi ha riservato Mamma Europa e mentalmente le dico di non preoccuparsi, perchè l’Europa ci salverà.

A stare troppo tempo lontani da quella catastrofe si finisce con il pensare davvero che sia un bel posto. Un po’ come quando si dice eh, come stavamo bene da giovani. Ah come rimpiango la giovinezza.

Col piffero che la rimpiango. Stavo malissimo, mi odiavo e odiavo tutti, il mondo era profondamente ingiusto e non sapevo cosa volevo, e se lo sapevo non sapevo come raggiungerlo, e nessuno mi prendeva sul serio, le droghe leggere erano illegali e l’equo canone era stato abolito. Vivevamo in appartamenti male riscaldati e non si poteva scaricare la musica da internet. Io i miei vent’anni non li rimpiango manco per un po’, perchè quando uno è giovane l’unica cosa che c’ha è la giovinezza. Il resto è uno sfacelo.

E così l’Europa. Ah come stavamo bene in Europa. Eh no. Io non ci stavo bene manco per niente. Una miseria l’Europa. Me ne accorgerò nel momento in cui la scoglionatissima lavoratrice precaria dello starbucks a Monaco di Baviera non ricambierà il mio sorriso imbecille, ma mi fulminerà con uno sguardo da 6 euro all’ora senza malattie né ferie pagate. In quel momento la smetterò di rimpiangere i fidanzati perduti e gli amici scomparsi, in quel momento elaborerò tutti i lutti che questa mia scelta ha comportato e tirerò un bel sospiro di sollievo perchè la lavoratrice precaria dello starbucks avrei potuto essere anche io e avrei dovuto dire ventiquattromila volte al giorno americano tall e mocha latte e caramel macchiato con un bell’accento del cazzo, per storpiare tutte le parole italiane come va tanto di moda.

Davanti alla lavoratrice precaria dello starbucks mi renderò conto che ne è valsa la pena, che tutti questi morti non sono morti inutili, e che quegli stronzi che hanno deciso di uscire dalla mia vita perchè sei troppo complicata e poi sei troppo lontana, quegli stronzi se ne possono anche andare a fanculo mentre io mi gusto il mio americano tall servito da una lavoratrice precaria. Ecco.

Per questo dovrò ringraziare la lavoratrice precaria dello starbucks, perchè lei rappresenta tutto quello che io non sono ma che avrei potuto essere in qualsiasi momento della mia vita.
E che sono stata per anni.

E che per non essere più ho un cimitero intero da piangere, e di molte morti non conosco la causa né la data.

E’ successo e basta, è il prezzo che ho pagato per stare dall’altra parte del bancone.

Immolerò tutti questi morti sull’altare del mio americano tall e forse finalmente la smetterò di sentirmi in colpa come se li avessi ammazzati io.

Non li ho ammazzati io.

Lavoratrice precaria dello starbucks.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte del bancone.

Ho fatto tutto il possibile.

Ci ho messo la faccia, il corpo, ci ho messo il teatro, me stessa ci ho messo, per anni, lavoratrice precaria.

E non ho vinto.

Ho perso, a dirla tutta.

Allora ho deciso di cambiare. Perchè se stai giocando e ti rendi conto che gli altri barano, e non riesci a rimettere le cose a posto, allora l’unica cosa è cambiare gioco.

Lavoratrice precaria, non mi fulminare con il tuo sguardo da 6 euro all’ora.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte e io da questa.

Ho fatto tutto quello che potevo. E tu?

Vuoi venire a visitare il cimitero dei miei morti?

(quiero que me perdonen los muertos de mi felicidad, cantava Silvio Rodriguez)

Non ti accuso di quelli.

Sono il prezzo che ho pagato io.

E’ meglio o peggio dei tuoi 6 euro all’ora?

Io non lo so, ma francamente sono felice di stare da questa parte del bancone, e questo americano tall che ho comprato ben sapendo che costa troppo, questo americano tall assolutamente iniquo, questo americano tall che costa quanto mezz’ora del tuo tempo, questo americano tall mi piace un sacco.

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Nov 28 2013

sapor di bottarga

La bottarga non l’avevo mangiata mai perchè da noi non esisteva. Me la immaginavo come una sorta di animale strano che i sardi mangiano crudo e sanguinolento, come si confà al loro temperamento focoso e originario, vagamente tendende al primitivo.

Poi una volta, erano i tempi in cui se aprivi un blog era capace che ti facevi degli amici e magari pure un innamorato via internet, una volta attraverso il mio primo blog entrai in contatto con un figuro, con un tale, con un valente cavaliere, insomma, con un uomo che venne fino a Padaniacity soltanto per andare a vedere la mostra di Venezia con me.
Adesso, io voglio dire, il maschio italiano ha tanti difetti, tanti. Potrei scrivere una lista da qua all’Italia, davvero, ma in una cosa è ineguagliabile: il maschio italiano, in fase di conquista, può fare di tutto. Ma veramente DI TUTTO. E questo ci vizia, a noi fanciulle italiane, che ci abituiamo a questo maschio che ci porta a cena sulla luna e ci ubriaca d’ambrosia, per poi trasformarsi in un mostro dopo due mesi di convivenza.

 Parentesi. Non accetto discussioni su quanto ho appena scritto. Lo so che ci sono dei maschi diversi, sebbene italiani. Non avete bisogno di ripetermelo. Se vi sentite attaccati è perchè avete la coda di paglia, e allora vi ci vuole uno psicologo bravo. Il maschio italiano, di norma, si trasforma in un mostro di pigrizia e disinteresse non appena terminata la fase della conquista. Maschio italiano, se pensi che non sia vero seducimi e poi trascorri con me tutto il resto della vita senza diventare stronzo, insolente, noioso, pigro, aggressivo, incapace di comunicare, disinteressato a me e alla mia vita e violento.

Fine della parentesi.
La bottarga. Allora questo mio amico-di-blog mi invitò, una volta, nella sua lontanissima metropoli. E io ci andai perchè sì. E mangiai la mia prima bottarga. Che non me la dimenticherò mai. Ero distrutta. Lavoravo a Prato e il giorno prima avevo fatto forse uno spettacolo, poi erano momenti in cui la denutrizione similtossica andava molto di moda e insomma, ero abbastanza patita, ma lui era così divertente, e la bottarga era così buona che dopo alcuni mesi chiamai la mia bicicletta Bottarga.
Su Bottarga sfrecciai per Padaniacity per mesi e mesi, anche se il mio amico-di-blog lo persi di vista per non pochi anni.

Giunse infine il momento in cui approdai all’isola meravigliosa che ancora adesso è la mia isola preferita. Un amico accolse me e quello stronzo che era il mio fidanzato allora, senza peraltro fare troppi commenti su quanto lui fosse insopportabile, e per questo lo ringraziai e lo ringrazio. L’amico mi fece mangiare nel centro storico di Cagliari, le anemoni fritte e la bottarga fresca fresca, che devi decidere tu quanta mettercene, perchè la bottarga è una questione privata.

Eh sì che lo è. Io amo il piatto ricolmo di bottarga, amo sentire gli ovetti sul palato a ogni boccone, amo percepire l’odore un po’ amarognolo che mi riempie le narici. Non mi piace “la spruzzatina” di bottarga. Non è per me. La spruzzatina è una faccenda borghese, delicata, come quelli che riescono a mangiare solo un cioccolatino. No, io voglio la scatola.

La Sardegna bellissima divenne presto la casa dove amavo tornare e dove mi sentii accolta come femmina e come attrice proprio nei momenti in cui la mia vita privata crollava e non capivo niente di quello che ero stata, di quello che ero, di quello che sarei diventata.
D’estate si andava a un festival teatrale meraviglioso, che incarnava proprio la mia idea del festival teatrale, come non ce n’erano più sul continente (che in sardo vuol dire “in Italia”). Si beveva acquavite e si mangiavano spaghetti alla bottarga, si prendeva il caffè al bar prima di andare a tenere il laboratorio o a montare per lo spettacolo. La vita era colorata, intensa, e impregnata del gusto di bottarga.

E quando per l’ultima volta lasciai la Sardegna pensando che ci sarei tornata presto (e invece, più), un’amica mi spedì a Bologna una bustina della bottarga migliore per darmi conforto in una casa che non sentivo ancora mia, in una città che mi ricordava troppe cose che non amavo e dove spesso non riuscivo a ritrovarmi.

Ora che sto qui, in Asia, la mia mamma mi manda ogni tanto un vasetto di bottarga. I cinesi secondo me inorridiscono all’odore, perchè loro non hanno niente di tutto questo. Lasciano che i pacchetti di mia madre passino la frontiera e la bottarga mi arriva fino a qui, dove ne mangio un pochino ogni volta che mi sembra di essere tutta sbagliata, così sbagliata da essermi meritata il maschio italiano di cui sopra.

La bottarga è una faccenda da sbrigare in solitudine, e io di rado la condivido. Soltanto una volta, quando mi parve di avere incontrato una pelle profumatissima e una voce che mi faceva sorridere, preparai sul terrazzo della mia prima casina una cenetta romantica a base di bottarga.

 

(Intesi come un segnale positivo il fatto che il proprietario della voce e della pelle
apprezzò la bottarga e me ne chiese ancora). 

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Nov 19 2013

Fai l’artista? E ce lo cachi che sei un artista.

Pensavo da un po’ di tempo a tutti quelli che loro sono degli artisti. Cioè. Gli artisti sono non solo quelli che fanno le sculture o le installazioni ma anche gli attori, di cinema o di teatro, o come li chiamano adesso i performer, i registi gli aiuti registi gli scenografi e quant’altro, i ballerini i mimi gli acrobati, i musicisti di ogni tipo nonché tutti quelli che si dedicano ad arti un tantino più introspettive ovvero i poeti e gli scrittori d’ogni varietà di prosa. Insomma pensavo agli artisti coloro i quali ci hanno come capostipite una delle sette muse più l’ottava musa quella nata nel ventesimo secolo ovvero la musa dell’arte multimediale. Ce li metto tutti dentro. I creativi.

 

Ci pensavo per motivi assai seri, ovverocchè fino a un certo punto io stessa appartenni a cotale e cotanto gregge, che per quanto ognuno dei suoi componenti non faccia altro che ripetere di essere unico e inimitabile sempre di gregge si tratta dal mio punto di vista orientale e un po’ retrò. Ci pensavo perchè volevo analizzare, sì, sentivo l’impellente bisogno di scandagliare le motivazioni esistenziali che mi fecero appartenere al gregge per tanti lunghi anni e che poi quasi d’improvviso mutarono e mi portarono a uscirne. Ovviamente non per star senza gregge, ma per entrare in un altro gregge apparentemente diverso epperò uguale. E’ la legge del gregge.

Ma proseguo. Ovviamente la mia autoanalisi non m’ha portata a nulla di buono. Ma manco a nulla di cattivo, per carità. Semplicemente non m’ha portato a nulla, un buco nell’acqua, per così dire, o forse un rimestare in una minestra già iperrimestata, insomma non mi sono chiarita, non mi sono capita. Ma ahimè mi sono sorti altri interrogativi. Eh già che qui di tempo per farsi gli interrogativi ce ne sta a palate. Ci fosse stata la Sfinge qua l’avrei sfidata a Trivial Pursuit, a sfinimento, durante una delle interminabili nevicate invernali. Sì, sto divagando, lo so.

 

Torno a me. Nella mia ricerca delle ancestrali motivazioni che condussero me tapina ancora in pubertà a votarmi al teatro senza sapere quali amare piaghe avrei dovuto meco portare, ho trovato vari blog di quelli che loro sono gli artisti.

 

Spesso si tratta di blog che recano un’introduzione, una presentazione dell’artista. Tipo:
 Benvenuti sul blog di Carla Vitantonio, scrittrice.

 

Segue breve biografia con tanto di studi e diplomi. Peccato che manchino le pubblicazioni. Ah no, ci sta la pubblicazione del giornalino d’istituto alle scuole superiori, e anche il premio cittadino per la poesia migliore. Ecco. Allora io mi domando. In questo caso Carla Vitantonio, scrittrice, non farebbe meglio a dichiararsi “aspirante scrittrice”? Non è che per caso ’sta Carla Vitantonio pecca un pochino di immodestia?

 

Oh, disclaimer: figlio, figlia, se ti senti immeritatamente colpito da questa mia riflessione e ti viene da incazzarti con me ti chiedo scusa, perchè ti ho pestato la coda di paglia, ma soprattutto ti dico che sì, io me lo posso permettere, sì, io posso criticare, perchè questo è il mio blog e sul mio blog ci scrivo quello che voglio. Inoltre se scrivo che sono una cooperante è vero, perchè il mio contratto dice proprio “cooperante”, quindi vaffanculo.

Occhei occhei la smetto di mettere le mani avanti. Eh ma non posso fare a meno, non posso fare a meno no, perché ogni tanto mi arrivano mail inferocite di gente che mi conosce, e anche di gente che non mi conosce, che mi accusa e asserisce che io non possa dire quello che dico.

 

 

Oh, attenzione, io posso dire quello che voglio, 

anche che sei uno stronzo, poi tu mi puoi portare in tribunale, 

e a quel punto se la vedono gli avvocati. 

Io ne ho uno buono.

Dunque ecco. Cara Carla Vitantonio che dici che sei una scrittrice ma hai pubblicato solo sul giornalino d’istituto, purtroppo per te ti sei scelta uno di quei mestieri che hanno bisogno, per essere definiti tali, del pubblico riconoscimento. Se tu avessi studiato come medico potresti scrivere “Carla Vitantonio, medico, attualmente disoccupato”. Invece non puoi scrivere scrittrice disoccupata, mi spiego? I motivi per cui ti sei scelta questo bel mestiere di merda (ripeto, scrittrice o artista in genere) sono vari ed eventuali, incluso il fatto che hai continuamente bisogno dell’approvazione altrui per approvare te stessa, hai sempre necessità che l’applausometro ti dica che vai bene. Sei un’insicura, cara Carla Vitantonio, non ti vuoi bene abbastanza e pensi che se gli altri ti vorranno bene allora ti vorrai bene anche tu. Col cazzo. Mi spiego? Col cazzo che succede. Non succede e basta. Cara Carla Vitantonio, l’applausometro non è abbastanza. Ma a parte questo. Per lo meno dovresti farlo davvero, questo mestiere. Diobon, pubblica. Come? Mi stai dicendo che ci hai il blog? Cara, tenera, ingenua. Il blog ce l’hanno tutti. Ci sono persone che ce l’hanno solo per scriverci sopra che a loro il blog gli fa schifo. Non va bene, non è abbastanza. Il blog è come dire sono un’attrice perchè mi sono comprata una maschera durante una gita a Venezia. Non sei una scrittrice, cara Carla Vitantonio, come te lo devo dire? E mi fai anche un po’ pena, con questa tua tenera velleità. Poi parli di te in terza persona. Carla Vitantonio, scrittrice. Diobon, ma che sei la regina d’Inghilterra? Torna a casa Lessie, riprenditi e comincia a fare qualcosa di concreto.

Lo so, cara, questo mondo è ingiusto, perchè quando uno fa l’artista si trova sempre davanti all’interrogativo ontologico che si articola più o meno così:

 

Ma uno è artista se si sente artista o se gli altri lo riconoscono come tale?”

 

La risposta, cara Carla Vitantonio che non sei una scrittrice ma ti piacerebbe, è dentro di te e però è sbagliata.

 

E non voglio nemmeno introdurre l’argomento “ uno è artista se vive d’arte o se vive d’altro così può dedicarsi senza inibizioni all’arte stessa?”

 

Sono menate.

 

Il punto è:

 

Non basta sentirti scrittrice. Mi dispiace. Bisogna che qualcuno al di là di tua mamma e tuo padre ti riconosca di esserlo. Una specie di pubblico diplomino. Lo so, questa regola fa schifo, ma è il mondo, funziona così. Se non ti piace puoi scrivere “Carla Vitantonio, scrittrice ufficiale della libera repubblica di Carlonia, vincitrice del prestigioso Vitantonio Awards 2013”.

 

Mi spiego, cara Carla Vitantonio?

 

Non sei una scrittrice, un’attrice, una scenografa, una stracazzo di artista nel momento in cui lo scrivi sul blog.

 

 

E’ triste. 

E’ amaro. 

E’ ingiusto. 

Lo so. 

Nessuno capisce il tuo talento smisurato. 

Nessuno ti ama abbastanza. 

Sei come Van Gogh, ne sono sicura, 

quando morirai capiranno quello che hanno perso, sì, 

non ti preoccupare.

 

Hai provato a strapparti un orecchio?

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Nov 12 2013

dramma fecale

Alle volte bisognerebbe avere il coraggio di cancellare, ecco cosa bisognerebbe avere il coraggio di fare. Potremmo, in un impeto borghese, salvare il salvabile e cercare di limare e cesellare e recuperare quello che si può. Potremmo sì, metterci a rimestare tra le macerie come in quel film che ho visto ieri, in cui la nonna di Camus mette le mani nel gabinetto alla ricerca della moneta caduta.

Il punto è che poi proprio come la nonna di Camus corriamo il rischio di ravanare nel gabinetto per ore alla ricerca di una moneta che non c’è. Perché ci hanno mentito, o per altri motivi meno letterari.  Dunque delle volte bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto quello che c’è senza paura.
I danni collaterali, quelli sono inevitabili.
E’ una sorta di fuoco amico.
Dovrei imparare ad applicarlo a me medesima e alle mie poche e inutili proprietà.

Per esempio da anni due ci ho un garage a Bologna, di cui pago l’affitto ogni mese, e dentro cosa c’è? Il passato, c’è. Vestiti che non mi entrano più, fumetti, libri, cosmetici scaduti, scarpe dal tacco vertiginoso, parrucche, costumi di spettacoli andati in scena nel passato decennio, scenografie, liquidi antigelo per un’automobile rottamata da anni, regali, rassegne stampa, documenti oramai decaduti, due paia di sandali di plastica di quelli che andavano di moda negli anni 80, la mia collezione di Pataloghi (incompiuta, come tutto quello che mi riguarda), un cofanetto di argilla bianca, miracolosa per la pelle, comperata a natale del 2009 con il mio ex fidanzato nel nostro viaggio in Marocco, una pelliccia di astrakan che mi è sempre andata troppo grande, la storia del comunismo in cinque volumi e le cartoline non utilizzate del mio ultimo monologo.

Tutte queste supreme inutilità giacciono da due anni in una città in cui, ammettiamolo, molto probabilmente non tornerò più. Sono lì, a marcire, testimonianze di un  passato che oramai interessa soltanto me, e allora bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto e di alleggerirsi, una volta per tutte. Bisognerebbe premere il tasto reset, e non importa se perdiamo anche quella musica bella che ci piaceva ascoltare la mattina.
Dentro quel garage c’è una me che non interessa più a nessuno, e questa me conserva relazioni morte e segreti e pensieri che non hanno più spazio. E’ una specie di cimitero, quel garage bolognese, un cimitero che a nessuno interessa visitare, perché i corpi sepolti sono di quelli non importanti, sono le vittime del fuoco amico, sono tutte le cose che abbiamo perso per arrivare dove siamo, e allora a volte è difficile volerle andare a visitare, voler rendere loro omaggio. Lasciamole là, che anche andare a bruciarle farebbe troppo male, significherebbe dire che abbiamo capito e andiamo avanti.

O che rinneghiamo.

Atto che pure in sé richiede una forma di coraggio,  il rinnegare. Una sorta di anelito a una vita nuova. Una speranza nel cambiamento totale, nella metempsicosi, che ne so.

Allora niente, allora niente. Lasciamo il garage lì dove sta, pieno di morti per cui nessuno piangerà mai, perchè forse ha ragione il mio amico Martin, ha ragione lui quando mi dice che in fondo, in fondo forse la vita è proprio in questa noia che ci trova ovunque andiamo, in questa incapacità di sfuggirle. Forse la vita è la stessa per noi che cambiamo paese ogni due anni e per quelli che sono rimasti per tutta la vita nello stesso, forse tanto vale rassegnarsi, che la vita è questo encefalogramma piatto che ci scorre davanti agli occhi in ogni caso, e lentamente la smetteremo di lamentarci, di scalciare, di agitarci dentro questa camicia di forza, lentamente ci abitueremo e basta, amen.

 

Come quando Drogo, all’improvviso, si trovò a finire la sua vita senza nemmeno essersela vissuta, e si scoprì morire nel momento stesso in cui i Tartari, finalmente, arrivavano. 

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Nov 04 2013

fine di un’infanzia con relativo trasbordo in meridionia

A un certo punto, quando avevo più o meno dieci anni, le barbie cominciarono a perdere presa nei miei confronti. Mi ritrovai tutt’a un tratto a chiedere per natale una maglietta nuova, a implorare papà di lasciarmi crescere i capelli e a desiderare le scarpe da ginnastica con la stella che si chiamavano òlstar e tutti ce le avevano tranne me. Erano ancora gli anni ottanta ma stavano proprio per finire, insieme al muro di Berlino e a molte altre cose, alcune delle quali non posso fare a meno di rimpiangere, e infatti me ne sono venuta fin qua, nella bolla spaziotemporale dove il muro di Berlino non è mai crollato.

 

Ma insomma proprio in quegli anni, gli anni delle òlstar, i miei genitori presero l’abitudine, in settembre, di trascorrere una settimana a Maratea. Noi non eravamo abituate ad andare a Maratea. Eravamo cresciute sulla Riviera Romagnola insieme a quelli che mettevano l’articolo davanti al nome proprio e le spiagge di Maratea, blu come nella canzone di Modugno e profumate di timballi di pasta e frittate di cipolla, ci sembravano un carnaio rispetto alla delicatezza dei panini alla nutella e alla modestia delle merendine che circolavano sulla Riviera. A Maratea tutto era fatto con molti più decibel, a partire dalla mattina, quando si andavano a comprare NON i bomboloni alla crema MA i bocconotti, una delizia marateota che non saprei descrivere altrimenti se non come l’equivalente, a livello di gusto e contenuto calorico, del bombolone settentriota. Perà il bocconotto era molto più buono. A partire dal fatto che l’odore si sentiva dalla sera precedente, quando si passeggiava di fianco alla pasticceria Panza e dal retro della bottega arrivava il profumo di frolla e crema pasticcera. E allora si assaporava con delizia l’attesa della mattina, quando quell’odore sarebbe diventato il pasticcino rotondo sulla nostra tavola. E poichè eravamo al sud, di pasticcini non ce n’era uno a testa, no. Sul tavolo troneggiavano vassoi immensi con un numero imprecisato di bocconotti (papà diceva “vai e piglia quelli che ci sono”), e se ne poteva mangiare a sazietà. La regola, durante la settimana marateota, era che ogni desiderio andava soddisfatto.

 

A Maratea ogni atto per essere compiuto necessitava di uno spirito comunitario che ci era sconosciuto sulla Riviera Romagnola.  Si dormiva tutti in una stanza gigantesca, buttando giù degli appositi materassi, un po’ a casaccio. Non si stava mai nello stesso letto. Ci si addormentava un po’ dove capitava, a seconda dell’ora in cui si andava a dormire, e questo ci regalava ogni sera un brivido e ogni mattina un piccolo momento di spaesamento. La mattina i letti sparivano e la stanza diventava “il salone”, che dava a sua volta su un giardino dove vidi uno scoiattolo. Ma mia madre diceva fosse un topo.
Il bagno era uno e uno soltanto. Poichè in casa c’erano sempre tra le 10 e le 15 persone, e poichè ognuno doveva andare in bagno, prendere il caffè, mangiare il bocconotto, leggere Repubblica e il giornale locale, non si andava a mare prima di mezzogiorno. Si scendeva con le macchine e il frigorifero portatile pieno di timballi, frittate di maccheroni e altre deliziose untuosità che avremmo consumato lascivamente durante la giornata, per risalire poi, con calma e un po’ di pigrizia, dopo il tramonto.
Maratea stava a ovest, quindi il tramonto si doveva vedere per forza.
Papà e mamma a quell’ora andavano a farsi il bagno e noi non rompevamo le palle. Ce lo facevamo da un’altra parte. Il mare era bellissimo e pieno di pesciolini, che sulla riviera non c’erano. I pesciolini erano verdi e un po’ fosforescenti, nuotavano in gruppetti e noi li inseguivamo con le maschere.

 

A Maratea, all’inizio, o meglio all’inizio della fine della mia infanzia, si stava ospitati gentilmente dai migliori amici di mamma e papà, una coppia con cui loro amavano parlare di politica e di molte altre cose che adesso potrei descrivere come sogni, ideali, progetti, lotta, attivismo e molte altre cose che evidentemente con l’età sbiadiscono.
Essi abitavano in cima a una salita che si chiamava “la pendinata”.
La pendinata è, in assoluto, la salita più salita della mia vita. E quando bisognava farla in discesa ci si aggrappava a quel che si poteva sperando di non ruzzolare rovinosamente fino alla piazza che stava alla base della stradina. Io una salita come la pendinata non l’ho mai vista.

 

Non so come mai, ma oggi mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio indolenzito dal troppo esercizio fisico, a sua volta utilizzato come unica valvola di sfogo in questo novembre di incomprensioni e lontananze e cambiamenti repentini, oggi, mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio, m’è venuta in mente la pendinata, in tutta la sua scoscesa meridionalità, e mi sono resa conto che la mia infanzia è ruzzolata proprio liggiù, una di quelle sere di settembre, alla fine degli anni ottanta.

 

 

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Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Ott 24 2013

Folpetti poenta e n’ombra de vin

Oggi 24 ottobre ero lì che mi chiedevo ohibò che giorno sarà, il 24 ottobre? Proprio non mi veniva in mente ma sicuramente qualcosa doveva essere successo il 24 ottobre di molti anni fa perchè io mi sentivo come quelle volte che è il compleanno di qualcuno e tu stai proprio per dimenticartelo. Una sensazione orribile, ammettiamolo.

Pensa pensa, eh già che in questo posto abbiamo molto tempo per pensare, soprattutto se la connessione internet non funziona e tu sei lì ad aspettare - fervente come una fedele alla madonna delle connessioni - che  il segnale telefonico ritorni, l’amatissimo, perpetuo, monotòno tuuuuuuuuu che indica che la Cina di nuovo ti ha messo in condizioni di entrare in relazione con il resto del mondo. Ne abbiamo sì, di tempo per pensare, mentre il computer si impalla, il riscaldamento non funziona, l’elettricità se ne va proprio nel momento meno opportuno e il tram sotto la finestra si ferma a cinque metri dalla pensilina provocando lo sciamare di un numero incredibilmente alto di persone che sì, evidentemente erano proprio tutte lì dentro, non c’è niente da dire.

Ma devo mettere più verbi di senso compiuto e più punti. Quando sono troppo nervosa o proiettata nell’agire mi succede che la scrittura mi si incastra e continua come quando si blocca il tasto a e scriviamo aaaaaaaaaaaaaaaa. Sono incastrata e invece no. Punto e a capo.

Dicevo dunque pensa pensa ho scoperto cosa è il 24 ottobre. Il 24 ottobre era il giorno in cui, quando si abitava ancora a Padaniacity, si andava a Noventa alla sagra dei folpi. I folpi sono i polpi ovvero quegli animali pieni di zampe e ventosucce un po’ viscidini ma molto succulenti, succulenti assai direi soprattutto se cucinati a puntino alla fiera del folpo di Noventa. Insieme al folpo si piglia la poenta, si beve un’ombra de vin, o magari due o tre, alla fine della serata si guardano i fuochi d’artificio e poi un po’ mbriaghi si torna a casa tutti felici, cantando canzonette varie, in carovana.

La sagra del folpo era sempre una sagra un po’ erotica in cui si finiva con lo strusciare la coscia contro quella di colui col quale avresti voluto fornicare al termine dei fuochi d’artificio. Spesso il desiderio diventava realtà, forse perchè eravamo giovani e belli, forse perchè ubriachi, o forse perchè il folpo aveva davvero un che di miracoloso, davanti al folpo tutto poteva diventare realtà.

Ecco un folpetto mi ci vorrebbe adesso, ai cui otto tentacoli confidare i miei desideri più borghesi e le mie paure più telegeniche. Se avessi un folpo gli chiederei l’entusiasmo, l’entusiasmo gli chiederei, quello che non ho più e che le persone attorno a me non sanno nemmeno cosa sia.
L’entusiasmo di rischiare, di scommettere sul numero difficile, l’entusiasmo come quella volta che abbiamo deciso di andare in Cina insieme perchessì.
L’entusiasmo di quando si comincia.
O di quando si ricomincia.
L’entusiasmo dell’amore.
Delle cose che sembrano scontate ma non lo sono.
Folpo mio, vorrei non avere paura e non respirare paura attorno a me. Vorrei saltare sapendo che non sono sola. Vorrei fare come in quella scena di Aladino. Ti fidi di me? Sì, vorrei dire, mi fido di te. E allora ci metteremmo a cantare il mondo è mio. La vita non sarebbe facile, perchè è chiaro che su un tappeto volante tutto è sempre molto precario e basta un minimo passo falso per cascare giù e rovinare tutto. Tanto più se mentre sei sul tappeto stai anche cantando, insomma sei impegnata in una serie di compiti di una certa difficoltà, ma sarebbe bello cercare ogni giorno nuovi modi di stare in equilibrio mentre il tappeto continua a viaggiare e sì, sì, a volte potremmo avere l’impressione di perdere il controllo, ma farebbe parte del gioco. Il mondo è mioooooo.

Invece niente tappeto niente Aladino. Calcoliamo l’entità del danno prima che esso avvenga. Carro davanti ai buoi, testa fasciata prima di cadere e varie ed eventuali banalità della nostra esistenza noiosa, noiosa, noiosa. Che cosa ce ne andiamo a fare, fino all’Asia più asiatica, se poi rimaniamo indecisi nella speranza che qualcosa di meglio ci accada?
Io una cosa ho capito, una cosa sola. Che non basta un singolo, isolato, gesto eroico per vincere contro la pigrizia interiore. Ogni giorno, ogni giorno bisogna prenderla a picconate. Per questo vorrei avere un folpo con otto tentacoli, e otto picconi.

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